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Il signore dell'ultimo viaggio


Sto facendo un ultimo viaggio. Veramente anche domani ne farò uno e un altro l'ho fatto pure sabato, giusto perché il prete non è d'accordo che certi riti si facciano di domenica. Mi chiamano proprio così: il signore dell'ultimo viaggio e generalmente accompagnano la frase con un gesto scaramantico. Embè? Sono quello delle pompe funebri, lo so. Vivo sui morti. E sugli ultimi viaggi, appunto. E' un lavoro che non ha fine, che non conosce crisi, che mi garantisce di campare grazie a quelli che non lo fanno più.
Gli ultimi viaggi sono sempre dolorosi, di solito. Per me un po' meno, si capisce. Non solo per evidenti ragioni economiche, ma perché un po' ho fatto il callo. All'inizio mi commuovevo davvero. Stringevo mani, qualche lacrima mi scappava, porgevo condoglianze che erano “sentite”, come vuole la prassi, anche se francamente non ho mai capito perché le condoglianze debbano sempre essere “sentite”. Da chi, poi? Ho abbracciato vedove e pianto con parenti disperati. Poi, con l'andare del tempo, mi sono limitato essenzialmente alle formalità indispensabili, perché altrimenti non sarei stato in grado di svolgere questo lavoro con professionalità. Ci vuole distacco, insomma.
Ed eccomi qua, su questo carro funebre che porto a lavare a giorni alterni, perché deve sempre essere presentabile. Che bello che è. Lo comprai a rate quando l'attività non era ancora sviluppata come oggi, non per assenza di materia prima, ma perché non ero ancora entrato nel giro giusto. Da qualche anno, però, le cose vanno bene: mi conoscono tutti, nel circondario. Tutti che mi salutano toccandosi. “Passa il signore dell'ultimo viaggio”, dicono. Manco fossero immortali, loro. Sono abituato a quelli che si gabbano di me: quando dico a qualcuno “ci vediamo”, quell'altro di solito mi risponde “il più tardi possibile”.
Da bambino sognavo di viaggiare. Mi dicevo sempre: “Spero di guadagnare tanti soldi così, quando sarò grande, farò un sacco di viaggi...”. Però non pensavo di farli in questo modo. E soprattutto non osavo neppure immaginare che con i viaggi avrei guadagnato. Quello di oggi mi frutta un bel po'. Il signore che sta lì dentro, il cavalieri Bonazzi, se l'è passata piuttosto bene in vita. E la vedova, santa donna, non ha badato a spese, a cominciare dalla cassa: ha preteso quella di legno pregiato. La qualità si paga, si sa. “Caro Bonazzi, deve essere orgoglioso di sua moglie. Ha visto che bel cuscino di fiori le ha fatto? Eh no... lo so che non ha visto... glielo dico io, cavaliere...”.
Scusate, ma durante i viaggi mi viene sempre da chiacchierare con chi ospito sulla vettura, anche se quell'altro non può rispondere. La ritengo una forma di cortesia, un servizio ulteriore, un extra. Intanto sono qui che vado a passo d'uomo e la strada la conosco come le mie tasche... Ascoltare musica non è carino, parlare al cellulare meno che mai... E così mi intrattengo col morto. Se non l'ho conosciuto, mi limito a frasi di circostanza. Se so chi è, anzi chi è stato, gli racconto qualcosa di personale, di intimo. L'altra settimana, ad esempio, c'era la Teresa, quella del negozio, qui con me... Beh, non ho resistito: ho dovuto dirglielo che suo marito le raccontava che andava al bar, invece frequentava club privé di dubbia moralità. Non sono uno spione: mi è semplicemente parso giusto che la signora, prima di andarsene per sempre, sapesse che suo marito, al caffè, non lo abbiamo mai visto... Cioè, non è che io vada spesso al bar, perché so di non essere particolarmente gradito, a causa del mio lavoro. L'ultima volta si doveva fare la partita a scopa, ma si era solo in tre, così uno mi ha detto: “Tu puoi giocare col morto”. Hanno riso tutti. A me non è parsa una bella battuta.
“Comunque, caro Bonazzi, stiamo imboccando il viale dei cipressi, vede... Significa che siamo quasi arrivati”. Mi verrebbe quasi da fare gli annunci come i comandanti degli aerei... “Siamo a 500 metri dalla destinazione, la velocità è di 9 chilometri all'ora, la temperatura esterna è di 27 gradi, quella interna di 19, per garantire agli ospiti una opportuna condizione climatica...”. No, non lo dico, altrimenti mi viene da sghignazzare, e non sta bene, tra tutta questa gente triste... Oddio, triste... La vedova sì, sembra seriamente affranta. Il figlio ha l'aria di quello che si è tolto un peso; il nipote sogna l'eredità, che si immagina piuttosto cospicua. Poi ci sono le solite donne, che vedo a ogni funerale e che pregano senza nemmeno sapere cosa stanno dicendo. E nel corteo, i più si perdono in chiacchiere, gli altri pensano agli affari loro, e sono qui per cortesia, perché si fa sempre bella figura partecipare a una sepoltura. “Caro Bonazzi, non se la prenda: non lo fanno perché è lei. E' sempre così in questi funerali da paese... E meno male che nei paesi si fa ancora in questo modo: si va a piedi ad accompagnare il morto... In città, cavaliere, è anche peggio: tutti accodati in macchina, col problema di trovare parcheggio davanti alla chiesa e poi nel piazzale del cimitero, il più vicino possibile all'ingresso, per poter poi scappare in fretta”. Parlo così, ma Bonazzi queste cose le sa di certo, mica per niente ha voluto essere seppellito nel paese natio anziché a Torino, dove abitava da anni. “Bravo cavaliere, mi piace questo suo attaccamento alla terra...”. Ops... Forse non avrei dovuto dirlo, visto che Bonazzi, ostile ai loculi, ha scelto di essere seppellito nel prato centrale del cimitero. Il problema è che mi capita spesso di fare delle brutte figure, anche con i parenti delle vittime. Mi sono lasciato andare in frasi del tipo “mettiamoci una pietra sopra”, oppure “chi non muore si rivede”. Non è colpa mia: sono i modi di dire che mi fregano.
Eccoci qua, ci siamo quasi. Adesso parcheggio al solito posto. I ragazzi dello staff, tutti belli ed eleganti con la loro divisa grigio scuro e la cravatta abbinata, prenderanno la cassa e concluderanno il loro lavoro, portandola a spalle fino alla fossa. Quello là, il più alto, è mio figlio. Gli ho seriamente consigliato di fare questo mestiere e di fregarsene degli amici che lo prendono in giro. Facciano pure... se sapessero bene quanto si guadagna con gli ultimi viaggi, non sarebbero così goliardi nei confronti degli impresari di pompe funebri.
Era in gamba già a scuola, mio figlio. “Ragazzo, farai strada” gli disse un insegnante. In un certo senso è stata una lieta profezia, visto che adesso segue a piedi i cortei, insieme ai suoi colleghi, tutti miei dipendenti, con l'abito bello e la faccia adeguata all'occasione.
Aveva sogni anch'egli, da ragazzo, esattamente come me. Io volevo viaggiare, lui fare lo stilista, vestire la gente. Eccolo accontentato, anche se infilare pantaloni e camicia a un cadavere non ti porta alla notorietà delle passerelle.
“Caro Bonazzi, ci siamo... la saluto. Questo viaggio insieme non è stato lungo, ma proficuo sì. Per me almeno, ma sono dettagli. Vada tranquillo, che io domani sarò di nuovo qui, col geometra Benelli. Se n'è andato durante il sonno, poverino. Eppure diceva sempre: stando alle statistiche, il 90 per cento delle persone muore in un letto...”.



La rambla di Barcellona

Quel giorno lo sguardo di Andreas fu ipnotizzato più del solito. Andreas era abituato ad avere gli occhi fissi su un punto determinato, perché solo così poteva stare davvero fermo, immobile, irrigidito, come deve essere un uomo-statua che si rispetti.
Andras faceva l'uomo-statua sulla rambla di Barcellona, a due passi dal teatro du Lycee. Gli habitué lo consideravano parte dell'arredo urbano, a molti pareva nient'altro che una delle tante stravaganze della cosmopolita capitale della Catalogna; per l'edicolante era un involontario guardiano da non stipendiare. C'era chi riusciva a sorprendersi, chi sfidava l'immobilismo con versacci da scuola elementare, chi lanciava una moneta nel cappello messo a terra, che poi era il motivo per cui Andreas spendeva le ore atrofizzando i muscoli e anestetizzando il cervello imponendogli concentrazione.
Andreas era capitato sulla rambla per caso. Una delusione d'amore, vincoli famigliari sciolti dalla morte della madre, il lavoro sempre precario, l'incontro con Juan e con un consiglio suffragato dai numeri: “Quello che guadagni d'estate compensa gli incassi ridotti dell'inverno: in media fanno 60 euro al giorno, più o meno, non si devono neanche pagare le tasse. I giapponesi sono i più generosi, gli italiani un po' meno”. Poi gli spiegò i trucchi essenziali per rimanere immobile: assumere una posizione non troppo scomoda, concentrarsi su un punto fisso e disinteressarsi del mondo. Nella mente di Andreas si accatastarono perplessità, furono mezzi sorrisi e punti di domanda.
Galeotto fu un vestito scuro dimenticato su un appendiabito in un armadio, con tanto di cravatta nera penzolante dall'uncino in ferro. Charlot. Gli venne in mente Charlot, che faceva tenerezza, che divertiva essendo triste, che diceva tutto senza parlare. Già, senza parlare.
Una settimana dopo, il popolo della rambla ebbe un elemento in più: un ragazzo sui trent'anni, dal fisico minuto, agghindato con baffetti posticci, bombetta in testa, giacca stretta, pantaloni lunghi meno del giusto, un bastone impugnato con la destra. Stava su un piedistallo fatto con una cassetta per le bottiglie di minerale, dietro a un cappello messo a disposizione della generosità altrui.
Un mese di primavera fu sufficiente ad Andreas per ammettere che Juan non aveva tutti i torti. Peccato che il suo amico lo lasciò un giorno di aprile a causa di un piccolo incidente di percorso. Successe quando tre olandesi che avevano esagerato con la birra ingaggiarono una sfida che doveva più o meno suonare così: “Scommetto che non hai il coraggio di andare a dare uno schiaffo a quello scemo vestito da Corsaro nero”. Quando arrivò la polizia, trovò un ragazzo vigoroso, curiosamente abbigliato, che sferrava fendenti con una sciabola di legno a tre scavezzacollo che quasi faticavano a reggersi in piedi. Se mai chiarimento ci fu, la cosa accadde in commissariato e non certo tra la gente un po' indifferente e un po' divertita della rambla.
Non fu la zuffa a scoraggiare Andreas. Non furono neanche gli insulti che gli indirizzò un vecchio tossico a farlo scendere dal piedistallo; né le provocazioni di tre ragazze disposte a un bel po' di cose per guadagnarsi il pane gli consigliarono di riporre il vestito sull'appendiabiti nell'armadio.
Sopportò angherie, sberleffi, il caldo dell'estate, perfino le piogge e le sferzate del vento dal mare. Mescolava pensieri, senza mai trovare il coraggio di lasciare il posto accanto all'edicola per mettersi alla ricerca di un'occupazione vera che, intanto, come l'avrebbe voluta lui sarebbe stata impossibile da trovare.
Gli stava meglio quest'abito scuro di due taglie in meno, piuttosto che il solito lavoro precario.
Però quel giorno, gli occhi rimasero più fissi del solito, lo sguardo corse veloce finché fece un frontale con una ragazza bella perché normale, un concentrato di semplicità mai vista tra gli eccessi della rambla, una dolcezza silenziosa che sovrastava i rumori.
La giovane sorrise; Andreas allentò i muscoli facciali concedendosi un attimo di relax. Quando la ragazza avvicinò la mano al cappello per lasciare una moneta, lui d'improvviso scese dal piedistallo e disse “Piacere, Andreas”, ricevendo stupore accompagnato da un timido Elisa.
“Stanco?”. “Un poco”. La mescolanza dello spagnolo di lui e dell'italiano di lei produsse un dialogo di incomprensioni al tavolino di un bar, dove uno stanco cameriere avrebbe poi raccontato a un collega di avere servito un'infinità di clienti ma di non avere mai visto Charlot, dopo mezzora di parole, passare la mano tra i capelli di una che potrebbe essere sua nipote, e pagare due spremute con un pugno di monetine, anche da cinque centesimi.
Elisa e Andreas ebbero molte altre cose da dirsi, anche nei giorni successivi, finché finì la breve vacanza della ragazza, in Spagna con due amiche poco propense ad approvare quel legame che stava sbocciando. “Oh, per carità, Carlot!”, ridevano.
Avrebbero spento le risate quando, neanche dieci giorni dopo, intuirono che Elisa voleva fare sul serio e che Andreas stava progettando il futuro in Italia, dove c'erano i presupposti per trovare un affetto mai avuto prima, una casa, forse un lavoro. E poi c'era una cosa che giustificava tutto il colpo di fulmine, che lo portava a scavalcare Pirenei e Alpi, a lasciare Barcellona per la campagna modenese, a benedire quella sera sulla rambla, teatro del magico incontro, e quell'inspiegabile tutto che lo ha ipnotizzato in modo diverso dal solito.
Decisero che, l'estate stessa, si sarebbero sposati. Nella casa dei genitori di Elisa c'era spazio anche per il nuovo ospite; l'azienda di uno zio garantiva lavoro e al resto rimediò l'amore, che benedì, una domenica mattina, don Pietro, fra tre chierichetti, i tanti parenti di lei, i nessun parente di lui, gli amici della ragazza nel frattempo diventati di entrambi.
Andreas aveva un vestito nero, non certo abbondante, una cravatta scura e portava perfino la bombetta perché la madre di Elisa aveva preteso un tocco di eleganza sopra le righe. D'un tratto, nel buono della messa nuziale, guardò se stesso sorprendendosi: “Toh, sono vestito come Charlot”. Lo pensò mentre percepì, distintamente, il tintinnio delle monete nel cestino della perpetua impegnata nel chiedere l'elemosina tra i banchi della chiesa. Gli era famigliare quel rumore metallico... un “tin” che gli ricordò i soldi buttati nel cappello, sul marciapiede della rambla, vicino all'edicola. Un “tin” che si distingueva bene nel brusio della città, come ora emerge dal borbottio della preghiera collettiva masticata a mezza voce dai fedeli.
Charlot, il cappello, le monete... Forse, senza volerlo fare, dirottò lo sguardo e lo incollò verso non si sa dove, un minuscolo punto in fondo all'abside, oltre l'altare, i chierichetti e quel prete che, quando gli si mise davanti per chiedergli “Vuoi tu sposare la qui presente Elisa”, non ottenne alcuna risposta...

 

Sopravvivere, comunque

Numeroooooooooo... tre!”. Andrea lasciò la fila con uno scatto. Elisa intuì in ritardo e partì poco dopo, alzando polvere, incitata da Letizia che, in quanto numero due, stava al suo fianco, confidando nella prontezza di riflessi della compagna. Niente da fare. Il bambino afferrò il fazzoletto e sgattaiolò all'indietro, verso la propria postazione, vanamente inseguito da Elisa che si sarebbe accontentata di toccargli la spalla, un gomito oppure il braccio. Allungò la mano più che poté e cacciò un urlo per dire “preso”, con l'altro che rispose di no, e Antonella, della squadra di Andrea, a confermare: “No, no, non ha toccato, no, no!”. I sì e i no si mescolarono imbizzarriti.
Paola, organizzatrice e arbitro del gioco, tentò di dipanare la matassa con un salomonico “si rifà”, ma Andrea non fu per nulla d'accordo: “No, no, ho vinto io”. E Marco uscì dalla fila per dire che il suo amichetto aveva ragione...
Per qualche istante il chiasso dei bimbi sembrò annientare il graffiante rumore dell'escavatore e il rombare delle jeep della Protezione civile, il toc toc costante di quello che picchiava col martello e il vociare di chi discuteva su dove e come piantare le tende portate qui dalla Lombardia.
Il litigio dei piccoli fu un minuscolo inno alla normalità, in un giorno drammaticamente straordinario, come quello precedente e quello prima ancora, e così a ritroso fino al più terribile dei lunedì, quando, nel mezzo della notte, la terra, afflitta già da mesi da lievi scosse telluriche, vibrò più del solito. Pochi secondi e l'Abruzzo d'oro conobbe polvere e macerie, strazio e lutto. Se ne andarono case e sogni.
Paola, tormentata dalle immagini diffuse dalla televisione, si chiese cos'avrebbe potuto fare. Francesco, il suo fidanzato, le disse: “Facciamo quello che sappiamo”. E così lasciarono in Salento la loro casa sicura e caricarono in auto la valigia dei giochi bizzarri, dei palloncini, dei nasi rossi, dei coriandoli, quel trolley che si portano appresso negli ospedali, dove sono soliti andare ad alleviare le sofferenze dei degenti, oppure negli istituti che ospitano ragazzi smaniosi di uscire verso barlumi di felicità.
Tra le divise dei militari e le giacche fosforescenti dei volontari, Paola e Francesco si distinguevano per i loro camicioni colorati e il naso rosso da clown. Si facevano chiamare Missorriso, scritto così tutto attaccato, e Birillo, come ogni volta che dedicavano il loro tempo libero a chi soffre, senza la pretesa di risolvere i problemi, ma col semplice, eppur complesso, obiettivo di rasserenare magari per poco, perché anche i momenti sono fondamentali.
Birillo era specializzato nel gonfiare lunghi palloncini e modellarli fino a far prendere loro sembianze di fiori, cuori, animali. I bambini rimanevano sempre di stucco. E non c'è cosa più bella che vedere un bimbo che si sorprende, raccontava lui. Paola aveva esperienze di animazione in villaggi turistici. Disse basta quando l'entusiasmo si affievolì e decise di trasferire la sua disinvoltura nel campo del volontariato. E, allora, eccola qui a dire: “Su, bambini, non litigate... Facciamo così: un punto ciascuno”. “No, non mi ha toccato”, si ribellò Andrea. “Invece sì, sì...”, replicò Elisa. Birillo mise tutti d'accordo quando suggerì di cambiare gioco. Missorriso benedì la proposta, non sapendo bene come uscire dalla situazione di stallo. I bambini esultarono, felici: “Sì, sì, un nuovo gioco! Che bello!”.
Più in là, due uomini distolsero l'attenzione dalle scorte d'acqua minerale che stavano portando al campo tendato e abbozzarono un sorriso, forse il primo dopo giorni di lacrime e condivisione della sofferenza. Il signor Giulio sospirò, col cuore in gola: “Andrea adesso ride e si diverte, ma come glielo spiegherò che la sua cameretta non c'è più, che i giocattoli sono finiti sotto un cumulo di mattoni, che la nonna...”. Si domandò tutto questo, ripetendo a se stesso che ci sono cose che non si spiegano, che ci vuole troppa fantasia, in certi casi, per parlare ai bambini, e che serve troppo coraggio per trattenere il pianto.
Allora, mettetevi tutti in fila, uno di fianco all'altro” disse Birillo, mentre la compagna si preoccupò che i bimbi dessero, per quanto possibile, le spalle alla montagna di calcinacci, travi, mattoni, alla nuvola di polvere che si alzava, di tanto in tanto, da quel che restava del paese, oltre la tendopoli.
Poco più in là, nel parallelo mondo degli adulti, si parlava di dispersi. Il medico aveva una lista di nomi: “Questo non è stato ancora trovato, questo sì, è vivo. Questo dovrebbe essere a casa di parenti, sulla costiera adriatica. Questa, invece...”. Si interruppe e istintivamente guardò Riccardo, il bimbo che, con cappellino rosso e palloncino in mano, era secondo della fila, saltellante, in attesa delle istruzioni di Birillo, che era pronto a spiegare: “Allora, questo gioco si chiama Strega tocca colore. Ci si dispone tutti così e...”.
Un fotografo punto l'obiettivo verso i bambini.
Su un quotidiano, il giorno dopo, venne pubblicata un'immagine gioiosa, di festa e sorrisi. Di normalità, perché è logico vedere giocare i ragazzini. Però, stavolta, l'orizzonte sono macerie. C'è tutto in quella foto: la speranza che combatte il dolore, i nasi rossi che sfidano la paura. Il titolo a caratteri cubitali, “Sopravvivere da terremotati”, vuol fare capire che non ci si deve arrendere, anche se è terribilmente complicato.


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