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Sopravvivere, comunque
“Numeroooooooooo...
tre!”. Andrea lasciò la fila con uno scatto. Elisa intuì in ritardo e
partì poco dopo, alzando polvere, incitata da Letizia che, in quanto
numero due, stava al suo fianco, confidando nella prontezza di riflessi
della compagna. Niente da fare. Il bambino afferrò il fazzoletto e
sgattaiolò all'indietro, verso la propria postazione, vanamente inseguito
da Elisa che si sarebbe accontentata di toccargli la spalla, un gomito
oppure il braccio. Allungò la mano più che poté e cacciò un urlo per dire
“preso”, con l'altro che rispose di no, e Antonella, della squadra di
Andrea, a confermare: “No, no, non ha toccato, no, no!”. I sì e i no si
mescolarono imbizzarriti.
Paola, organizzatrice e arbitro del gioco, tentò di dipanare la
matassa con un salomonico “si rifà”, ma Andrea non fu per nulla d'accordo:
“No, no, ho vinto io”. E Marco uscì dalla fila per dire che il suo
amichetto aveva ragione...
Per qualche istante il chiasso dei bimbi sembrò annientare il graffiante
rumore dell'escavatore e il rombare delle jeep della Protezione civile, il
toc toc costante di quello che picchiava col martello e il vociare di chi
discuteva su dove e come piantare le tende portate qui dalla Lombardia.
Il litigio dei piccoli fu un minuscolo inno alla normalità, in un giorno
drammaticamente straordinario, come quello precedente e quello prima
ancora, e così a ritroso fino al più terribile dei lunedì, quando, nel
mezzo della notte, la terra, afflitta già da mesi da lievi scosse
telluriche, vibrò più del solito. Pochi secondi e l'Abruzzo d'oro conobbe
polvere e macerie, strazio e lutto. Se ne andarono case e sogni.
Paola, tormentata dalle immagini diffuse dalla televisione, si chiese
cos'avrebbe potuto fare. Francesco, il suo fidanzato, le disse: “Facciamo
quello che sappiamo”. E così lasciarono in Salento la loro casa sicura e
caricarono in auto la valigia dei giochi bizzarri, dei palloncini, dei
nasi rossi, dei coriandoli, quel trolley che si portano appresso negli
ospedali, dove sono soliti andare ad alleviare le sofferenze dei degenti,
oppure negli istituti che ospitano ragazzi smaniosi di uscire verso
barlumi di felicità.
Tra le divise dei militari e le giacche fosforescenti dei volontari, Paola
e Francesco si distinguevano per i loro camicioni colorati e il naso rosso
da clown. Si facevano chiamare Missorriso, scritto così tutto attaccato, e
Birillo, come ogni volta che dedicavano il loro tempo libero a chi soffre,
senza la pretesa di risolvere i problemi, ma col semplice, eppur
complesso, obiettivo di rasserenare magari per poco, perché anche i
momenti sono fondamentali.
Birillo era specializzato nel gonfiare lunghi palloncini e modellarli fino
a far prendere loro sembianze di fiori, cuori, animali. I bambini
rimanevano sempre di stucco. E non c'è cosa più bella che vedere un bimbo
che si sorprende, raccontava lui. Paola aveva esperienze di animazione in
villaggi turistici. Disse basta quando l'entusiasmo si affievolì e decise
di trasferire la sua disinvoltura nel campo del volontariato. E, allora,
eccola qui a dire: “Su, bambini, non litigate... Facciamo così: un punto
ciascuno”. “No, non mi ha toccato”, si ribellò Andrea. “Invece sì, sì...”,
replicò Elisa. Birillo mise tutti d'accordo quando suggerì di cambiare
gioco. Missorriso benedì la proposta, non sapendo bene come uscire dalla
situazione di stallo. I bambini esultarono, felici: “Sì, sì, un nuovo
gioco! Che bello!”.
Più in là, due uomini distolsero l'attenzione dalle scorte d'acqua
minerale che stavano portando al campo tendato e abbozzarono un sorriso,
forse il primo dopo giorni di lacrime e condivisione della sofferenza. Il
signor Giulio sospirò, col cuore in gola: “Andrea adesso ride e si
diverte, ma come glielo spiegherò che la sua cameretta non c'è più, che i
giocattoli sono finiti sotto un cumulo di mattoni, che la nonna...”. Si
domandò tutto questo, ripetendo a se stesso che ci sono cose che non si
spiegano, che ci vuole troppa fantasia, in certi casi, per parlare ai
bambini, e che serve troppo coraggio per trattenere il pianto.
“Allora, mettetevi tutti in fila, uno di fianco
all'altro” disse Birillo, mentre la compagna si preoccupò che i bimbi
dessero, per quanto possibile, le spalle alla montagna di calcinacci,
travi, mattoni, alla nuvola di polvere che si alzava, di tanto in tanto,
da quel che restava del paese, oltre la tendopoli.
Poco più in là, nel parallelo mondo degli adulti, si parlava di
dispersi. Il medico aveva una lista di nomi: “Questo non è stato ancora
trovato, questo sì, è vivo. Questo dovrebbe essere a casa di parenti,
sulla costiera adriatica. Questa, invece...”. Si interruppe e
istintivamente guardò Riccardo, il bimbo che, con cappellino rosso e
palloncino in mano, era secondo della fila, saltellante, in attesa delle
istruzioni di Birillo, che era pronto a spiegare: “Allora, questo gioco si
chiama Strega tocca colore. Ci si dispone tutti così e...”.
Un fotografo punto l'obiettivo verso i bambini.
Su un quotidiano, il giorno dopo, venne pubblicata un'immagine gioiosa, di
festa e sorrisi. Di normalità, perché è logico vedere giocare i ragazzini.
Però, stavolta, l'orizzonte sono macerie. C'è tutto in quella foto: la
speranza che combatte il dolore, i nasi rossi che sfidano la paura. Il
titolo a caratteri cubitali, “Sopravvivere da terremotati”, vuol fare
capire che non ci si deve arrendere, anche se è terribilmente complicato.
La guerra delle donne
C'è
un modo per fare cessare le guerre: farle fare alle donne.
Le donne-soldato che vanno in trincea, le donne che comandano gli
eserciti, le donne che decidono le strategie, le donne che si riuniscono
per stipulare i trattati.
“A che ora ci vediamo per
decidere cosa fare?”. “Mah... alle 13.30 devo ancora finire di lavare i
piatti, alle 14 c'è Beautiful. Facciamo per le tre?”. Poi, se un'altra non
deve andare a prendere il figlio alla scuola materna, se la terza non deve
andare a fare la spesa... perché se va il marito... oh, per carità! Un
marito l'unica cosa che sa fare al supermercato è attaccare bottone con la
cassiera. Il mio, ad esempio... Oh, è meglio che non dica niente.
Comunque, se si trova un accordo sull'ora, bisogna decidere il
posto. Perché quella non ha la macchina, quella non vuole fare tanta
strada, poi c'è quell'altra che vuole che ci si trovi in un territorio
neutro e allora propone l'outlet. Che va pure bene, perché all'outlet ci
sono sempre le signore giapponesi, e quindi sono utili per la diplomazia
internazionale. E sono utili pure se devi immortalare l'evento perché
queste giapponesi, sempre con la macchina fotografica...
Per mettersi d'accordo sul posto e sull'ora, passa già una giornata. Ed è
una giornata in meno di guerra. Poi, quando si è d'accordo, beh... dici
un'ora... facciamo le 5... e una arriva alle 5 e un quarto, un'altra alle
5 e mezza perché ha rotto i collant infilandoseli... “Eh, avevo un'unghia
scheggiata e allora... strrrrr. Rotti”. Insomma, trascorre un'altra ora.
E poi, quando le signore della guerra sono attorno al tavolo per
organizzare la battaglia, c'è sempre una che esibisce la borsetta appena
acquistata. E un'altra che le dice: “Ah, nuova? Bella”. E allora quella
spiega dove l'ha comprata, spiega quanto l'ha pagata.. “Non mi sono
neanche accorta... sai... con la carta di credito... tric, trac... non
sembra nemmeno di pagare”. E quell'altra che ha lo smalto rosso e deve
fare vedere che anche le unghie dei piedi sono rosse, e si toglie le
scarpe. E allora un'altra dice che anche il suo smalto non è male,
tendente al pervinca, e si toglie le scarpe pure lei.
In attesa di sapere qual è il loro destino, le capitane dell'esercito
ingannano il tempo. C'è chi va a una mostra di quadri (“uh, questi
impressionisti fanno davvero impressione”), chi si dedica allo shopping,
chi decide di andare a farsi una lampada, per essere a posto quando gli
inviati di tutto il mondo, soprattutto quelli della Cnn, andranno a fare
le riprese e le interviste sui luoghi del conflitto per i soliti
reportage.
Intanto, quando tutte le signore della guerra si sono rimesse le scarpe, e
tutte hanno commentato sul vestito di tutte e qualcuna ha detto che suo
figlio ha preso 10 in matematica e l'altra ha risposto che matematica non
serve a niente perché intanto ci sono le calcolatrici... vabbè, un'altra
ora sarà ben passata ed è un'altra ora con fucili che non sparano e razzi
che non partono, città che non vengono distrutte e gente che non muore e
bambini che non saltano in aria sulle mine antiuomo, perché fin che le
cape non si mettono d'accordo, la guerra non si fa.
Poi, mentre si è nella discussione, c'è quella che salta su chiedendo:
“Chi vuole un caffè?”. E tutte: “Io... io... io”. E c'è chi lo vuole
decaffeinato, chi amaro, chi con il dolcificante, chi con lo zucchero di
canna, chi in tazza grande, chi lungo, chi ristretto, chi preferisce un
tè... e allora c'è chi lo prende col latte e chi col limone. Non due che
siano in sintonia. Donne. E la poveretta che ha fatto la domanda
fatidica... ha pure ragione lei, bella stella, quando dice che non può
ricordarsi tutto per fare l'ordinazione al bar. E allora, telefona al
locale preferito, che non è mai il più vicino... Dopo i convenevoli col
ragazzo del bar, si ricorda che deve ordinare... Finché il suo
interlocutore si arrende e dice: “Vengo io: ditemi dove, e vengo io”. E
allora, vagli a spiegare dove sono a fare questa riunione sulla guerra.
“Prendi via Roma, la seconda a destra...”. “Ma no, sulla sinistra, dipende
comunque da che parte arrivi”. “Ma no, non fare via Roma, si fa prima da
via Garibaldi... E' Garibaldi, vero? Quello che fu ferito?”. “No quello è
Toti, che ha la stampella”. “Ma che Toti! Totti! E' Totti che si è fatto
male alla gamba... due mesi di tribuna... l'ha detto la televisione”.
Per fortuna, nel frattempo, il ragazzo del bar ha capito 'da solo' dove si
svolge la segretissima riunione per decidere la guerra, ed è già arrivato
di persona a prendere le ordinazioni. E quella che lo voleva decaffeinato
adesso lo vuole normale con due di zucchero e quella che voleva il tè al
limone adesso prende un cappuccino, con un terzo di caffè e due terzi di
latte... e intanto nessuna soldatessa spara, non parte un colpo dai
cannoni, i carri armati sono in garage... con le soldatesse ad agghindarli
con l'arbre magique, un orsetto di peluche, un poster del bell'attore
muscoloso. Intanto c'è chi passa l'aspirapolvere sui tappetini del carro
armato, perché nessuna donna sopporta la polvere, in un posto dove deve
stare lei. Nessuna a chiedersi se ci sia il carburante o no...
l'importante è che non ci si veda la polvere.
E là... alla riunione, intanto, hanno deciso di non mettersi a discutere
di guerra prima dell'arrivo del caffè. Il ragazzo ci mette almeno mezzora
– un'altra mezzora sottratta al conflitto - e porta a tutte quanto
richiesto, senza sbagliare niente. Ma come avrà fatto? Poi però salta su
quella che dice: “Io avevo ordinato un decaffeinato freddo”, dimenticando
di averlo chiesto caldo. E allora bisogna aspettare che il caffè della
signora si raffreddi.
Al momento di pagare, una ha solo un pezzo da cento euro, l'altra ha una
manciata di monetine buone per l'elemosina in chiesa, l'altra viaggia solo
con la carta di credito e si stupisce pure che il ragazzo del bar non sia
arrivato fin quassù con il pos.
E allora si comincia a fare i conti. Il caffè normale costa 90... dunque,
tu paghi 90, io pago 1,10.. e lo zucchero? “Ah, lo zucchero è gratis?
Davvero? Se l'avessi saputo ne avrei ordinato un chilo”. C'è quella che
prende il telefonino nuovo, per fare vedere che ce l'ha nuovo, con la
scusa che c'è la calcolatrice, che però non sa usare. “Eh... è tutto
nuovo”, si giustifica. La speranza è che il ragazzo del bar dica:
“Lasciate stare, offro io”. Se lo dice, è chiaramente un guerrafondaio. Ci
tiene proprio che si spari. E' un uomo, d'altronde.
Adesso, ammettiamo che il ragazzo se ne sia andato, con i suoi soldi
giusti, contati bene, pure gli spicci, pure la misera mancia... c'è sempre
quella che dice: “Ah, se avessi qualche anno in meno, io quello me lo
farei”. E un'altra: “Ah, io me lo farei anche se avessi la tua età”. E c'è
quella che dice che non è abbastanza alto, l'altra che dice che le misure
non sono importanti (non tutte, almeno). E poi decolla la discussione
sugli occhi: “A me piacciono azzurri”. “Guarda che li aveva castani”.
“Castani? Noooo, marroni”. “Ah, io in un uomo non guardo gli occhi, la
prima cosa che guardo sono le mani”. Certo: tutte le donne guardano le
mani. Le mani. Le donne di un uomo guardano le mani!
E ci passa un'altra ora, mentre le soldatesse, prossime alla trincea, in
attesa che si decida se si fa la guerra, quando e come, puliscono i
fucili, con il Pronto, e lo lucidano bene con il panno che non perde i
peli, perché non si può andare a fare la guerra con un fucile che ha la
canna con sopra le ditate e pelucchi qua e là. E poi c'è chi legge le
istruzioni del fucile in questione.... Scruta dentro la canna per vedere
se si vede che c'è il colpo... Non c'è. Meno male.
E altre soldatesse, sempre in attesa che le signore decidano, stanno
lavando tutte le divise militari, con l'impeto di chi fa le pulizie di
primavera. Le pulizie, si sa, le fanno sempre le donne. Gli uomini
sporcano solo. E le signore discutono pure sul detersivo da usare. E c'è
chi dice: “Questa divisa è piena di macchie”. “Non sono macchie di sporco.
Non hai mai visto una divisa militare? Ha proprio le macchie lei, la
divisa... si chiama mimetica”. “Si chiama mimetica così si mimetizza lo
sporco”. “Eh, certo, vuoi mica andare in trincea con la divisa sporca? Che
figura ci fai?”. “E' vero, io per stare bene con me stessa ho comprato gli
anfibi tacco 12”. E un'altra: “E comunque a me chiedetemi tutto, ma non di
mettere l'elmetto, perché ho appena fatto la messa in piega”.
E mentre le signore che devono decidere la guerra tirano fuori una carta
geografica per capire dove attaccare e come, s'alza nella stanza
segretissima il coretto, celebre sigla del telefilm: “Furia cavallo del
west che beve solo caffè...”. Stupore generale. Sguardi interrogativi,
interrotti dalla confessione della generalessa che sta lì perché esperta
in tecnologia: “E' la suoneria del mio cellulare: me l'ha messa mio figlio
di tre anni e non so come si toglie”. L'unico modo per sopprimere Furia è
rispondere al telefono. Di là c'è un'amica che vuole andare a fare
shopping prima che comincino i saldi, perché – dice lei – durante i saldi
si vende solo porcheria.
Ah, già: la cartina è sempre sul tavolo! Stesa bene, perfetta. E tutte le
donne dalla stessa parte a guardare e a non capire. “C'era un fiume qui,
da queste parti, dov'è andato a finire?”. Mentre la più brillante sta
dicendo che “si sarà prosciugato”, un'altra ha l'intuizione decisiva: “Ma
non vedete che questa cartina è girata al contrario?”. E allora, le
signore generalesse, capitanesse e comandantesse, anziché rivoltare la
cartina, si spostano tutte, all'unisono, dall'altra parte del tavolo. E
qui comincia una lunga diatriba: “Si dice Afghànistan o Afghanistàn?”.
“Afghànistan. Mica è un nome veneto”. “Che c'entra?”. “Non so, era tanto
per dire”.
Passa un'altra mezzora, mezzora di fucili fermi, di soldatesse che,
intanto, dopo avere fatto il bucato e steso al sole le mimetiche, pensano
di portarsi avanti col lavoro, sistemando i carri armati in posizione di
partenza. E' facile: basta tirarli fuori dai garage dov'erano stati
ordinatamente parcheggiati. Prima cosa da fare: trovare le chiavi per
mettere in moto il mezzo. “Le ho date a te”. “No, le hai tu”. “Guarda
bene”. E così, dopo una ventina di minuti di lite, le soldatesse deputate
alla conduzione rovistano nelle rispettive borsette tirando fuori, in
ordine sparso: portafogli, portamonete, rossetto, occhiali da sole,
lettore Mp3 utile nei momenti di stanca della guerra e per non sentire il
fastidioso fragore delle bombe, cellulare, specchietto, spazzola per
capelli, forbicine, mollettine, spille da balia, trousse per le unghie,
assorbenti igienici, chiavi di casa, salviette umidificate, mascara,
fondotinta, fazzolettini di carta, accendino, piccola torcia elettrica, un
altro cellulare, sigarette, agendina telefonica. E finalmente, dai meandri
di una borsa con griffe taroccata, salta fuori anche la chiave per avviare
il motore dei carri armati.
Carri armati che, cercano di spiegare le signore della guerra munite di
cartina, dovrebbero difendere il confine a nord, in previsione di un
attacco che il settimo battaglione granatieresse dovrebbe fare verso le
undici del mattino, cioè dopo la lezione di yoga della comandantessa. “Uh
lo yoga – commenta un'altra – Lo yoga no: troppo faticoso. Io ho bisogno
di rilassarmi. Così ho fatto un abbonamento a 42 sedute di massaggi: ne
pago solo 40 e mi va via questa fastidiosissima buccia d'arancia”. E
un'altra ancora spiega che sarebbe pronta a ricorrere al chirurgo
plastico; c'è chi lo ha fatto e lo ammette, mostrando un labbro che sembra
un canotto, e chi si dice scandalizzata perché preferisce avere una prima
di reggiseno, ma almeno è tutta roba sua.
Urge ricordare che tutto ciò avviene mentre si dovrebbe parlare di una
cosa tutto sommato importante per il futuro di una fetta di umanità, cioè
la guerra. “No, guarda... ne parliamo magari dopo. Adesso devo proprio
andare in bagno”. E l'altra: “Vengo con te”, perché in bagno noi donne
andiamo sempre in due, anche se scappa a una sola. Ci sentiamo più
tranquille. La facciamo meglio. E passa un altro po' di tempo: sono minuti
regalati alla pace.
Le comandantesse del battaglione, aspettando istruzioni, si dilettano col
bridge, per darsi un tono. Le soldatesse, intanto, stanno sempre cercando
di mettere il carro armato in posizione di partenza. E la prima cosa fa
fare è uscire dal... oh no... Trrrrrrrrannnnn! Il muro del garage.
Peccato. Una riga lungo tutta la fiancata, sopra il cingolo. Si sa,
d'altronde, che la retromarcia per noi donne è sempre stata un problema.
Sarà perché noi guardiamo sempre avanti, sempre dritto. E meno male che
non bisogna fare tante manovre per parcheggiare il carro armato una volta
tirato fuori dal garage.... No... no... non è necessario, va bene così...
basta... spegni sto motore... non continuare ad andare avanti e indietro
con sta cosa... No... no... attent.... Ecco: lo sapevo.
E' anche sfortuna, però. Cioè, dico, proprio adesso che deve iniziare la
guerra, passa il furgone del lattaio? Niente di grave: un piccolo
incidente, può capitare. La soldatessa pilota, la prima cosa che fa è
incolpare il lattaio. Poi dice che intanto lei conosce uno che fa il
vigile. Il lattaio la tranquillizza, invitandola a fare la constatazione
amichevole. Non c'è il cid sul carro armato. Per fortuna il lattaio ce
l'ha. Ma la soldatessa non ha la minima idea di come si compili. Poi, come
fosse a un quiz televisivo, fa l'unica cosa che le passa per la testa:
chiedere l'aiuto a casa... se solo sapesse dove ha messo il telefonino.
“Chiami pure col mio”, le dice il lattaio, come se la donna sapesse il
numero a memoria... Con tutte le cose a cui ha da pensare una donna, non
può permettersi di destinare un angolo di cervello per ricordare il numero
di telefono di casa sua.
La diplomazia mondiale, intanto, plaude a questa pace prolungata, che all'Onu
credono sia dovuta ad importantissimi accordi bilaterali. E perfino il
Papa spiega che questa miracolosa assenza di guerra, contrariamente al
previsto, è dovuta al Dio benefattore, quando basterebbe attribuire il
merito alle donne, ai loro vezzi, alle loro abitudini, a quelli che il
mondo dei maschi considera i loro difetti.
A proposito di Papa. E se si mettesse una donna a fare il Papa? Una donna,
sì! Una donna che preghi, che vada in viaggio in giro per il mondo e che
la domenica reciti l'Angelus in piazza San Pietro. Magari alle dieci o
alle undici, però. Non a mezzogiorno. Perché la domenica a mezzogiorno noi
donne, nella migliore delle ipotesi, dobbiamo spignattare per tutta la
famiglia...
Giuseppe arriva alle 8
Potrebbe cadere il mondo. Ma
alle 9 del martedì sera, Giuseppe Rastelli, 49 anni, apprezzato dentista,
ha un irrinunciabile appuntamento al campo di calcetto. Alle 9 inizia la
partita, la 'sua' partita, col solito gruppo: il marito della sua
assistente alla poltrona, il vicino di casa, Marco se non ha il turno in
fabbrica, Bruschini detto 'gatto di marmo'...
Giuseppe, a dirla tutta, arriva nello spogliatoio alle 8, quando, sul
rettangolo di terra battuta inizia il match tra i poliziotti e gli
infermieri. Mentre quelli si disputano il primato tra questura e ospedale
(risultato scontato: c'è l'agente Caruso), Giuseppe Rastelli, nello
stanzino riservato alla sua squadretta, comincia a spogliarsi e a
distribuire i propri abiti su tre attaccapanni, badando di sistemarli in
modo tale che nessuno rischi di stropicciarsi e che, una volta conclusa la
partita e fatta la doccia, i vestiti siano in perfetto ordine “di
indossatura”. Cioè, primo dell'attaccapanni sarà il capo d'abbigliamento -
il giubbotto, per dire - da mettere poi per ultimo, e ultimo quello che
andrà indossato per primo: le mutande, si presume. Il calzino destro,
piegato in quattro parti, è riposto nella scarpa destra... Nella sinistra
finisce l'altro, ovvio. E le scarpe vanno disposte su un ripiano, perché
c'è sempre il rischio che lo spogliatoio si allaghi, dopo la doccia
dell'orda barbara. Sul pavimento, solo un tappetino leggermente gommato,
perché – spiegò lui una sera - non è sano che i piedi nudi sfiorino
piastrelle calpestate da scarpe, ciabatte e, magari, piedi altrui.
Giuseppe Rastelli ha una precisione da archivista, riconosciutagli dai
compagni di calcetto, che smisero di sfotterlo quando capirono che sarebbe
stata una battaglia persa. Lui così è, è sempre stato e forse sarà.
Sistemato l'abbigliamento come il più attento dei commessi di boutique
d'alta moda, e rimasto nudo, coi piedi al centro esatto del tappetino,
Giuseppe infila un costume da bagno aderente, di quelli che più fuori moda
non si può, annoda il cordoncino bianco premurandosi di assicurarlo con
doppio fiocco e, solennemente, avvia il pietoso rito della fasciatura.
Il silenzio sarebbe d'obbligo, ma gli insulti del portiere dei poliziotti
al proprio difensore rimbalzano dal campetto in qua: gli infermieri hanno
segnato, contro ogni pronostico. Giuseppe non se ne cura. Gli frega solo
delle sue articolazioni. Con la precisione che usa per curare la carie,
tira fuori da un sacchetto, sigillato con doppio nodo e collocato nella
tasca esterna del borsone, chiusa con due cerniere, una fascia bianca,
arrotolata attorno a un rocchetto... arrotolata tanto stretta così che la
benda sia di minimo ingombro.
Appoggia il piede sinistro sulla panchetta, un piccolo massaggio alla
pianta e al collo, e avvia la fasciatura, partendo dal basso. Pollice e
indice della mano sinistra fermano un capo della fascia, mentre l'altra
mano comincia l'opera di avvolgimento, che interessa anche la caviglia.
Un'operazione meticolosa che si conclude con un cerotto, utile a fissare
la benda. Giuseppe passa poi al piede destro, con identica procedura, se
non che si premura che la fasciatura sia meno rigida perché, a suo dire,
la caviglia destra ha necessità di maggior mobilità, visto che di destro è
solito calciare, imprimere effetto al pallone... e se la caviglia fosse
troppo bloccata non riuscirebbe a trattare la palla come vorrebbe. Teorie,
che, però, motivano l'azione.
In un altro tascone laterale del borsone da calcio, c'è l'occorrente per
le ginocchia. Giuseppe infila la mano, fidandosi della memoria. Il
ginocchio destro merita una ginocchiera, simile a quelle che usano i
ragazzi che fanno evoluzioni sullo skateboard. Lui, tutt'al più, si augura
evoluzioni tra centrocampo e l'area di rigore, dove al limite rischia di
imbattersi negli stinchi di Ettore, difensore ruvido, più per fama che per
cattiveria autentica.
All'altro ginocchio è destinata solo una piccola benda, tra la tibia e
l'articolazione, sulla cui utilità Rastelli il dentista potrebbe scrivere
un trattato, che si concluderebbe con l'elenco, in rigoroso ordine
alfabetico, dei calciatori professionisti soliti fasciarsi in quel modo.
Dall'esultanza meridionale che raggiunge la stanza, pare che i poliziotti
siano riusciti a pareggiare, mentre un uomo in costume da bagno demodé,
bianco di caviglie, con una ginocchiera e un giro di stoffa bianca
sull'altra gamba, inizia una piccola operazione sfilando dal borsone un
involucro puzzolente. E' il sacchetto che contiene il botticino di olio
canforato.
Se ci fosse qualcuno, nello spogliatoio, capirebbe il godimento di
Giuseppe nello spalmarsi quella sostanza né liquida né solida, sulle
cosce, cominciando, sempre, dalla sinistra. Un piede sulla panchetta,
l'altro sul tappetino. I pollici a premere, prima leggermente, poi in modo
più vigoroso, come volesse fare in modo che l'unguento penetrasse il più
possibile per dare conforto a muscoli usurati dagli anni. Poi, ambedue le
mani vengono adagiate sul retro della coscia e inizia un lungo massaggio a
dieci dita. Un'operazione di scioglimento, della durata di quattro minuti.
I poliziotti, a questo punto, sono già in vantaggio, di norma. E infatti
non si smentiscono. Gol di Caruso, centravanti dai piedi piatti ma col
fisico da granatiere.
Unto a dovere, Giuseppe cerca e trova le ciabatte di plastica, con suola
alta un paio di centimetri. Le mette ai piedi. Afferra il suo asciugamano
azzurro e si dirige al lavandino. Va a lavarsi le mani per liberarsi
dall'olio residuo, mentre nello spogliatoio ristagna la puzza di canfora,
che non va via se non con ricambio d'aria (“ma c'è il rischio che faccia
corrente”)...
Pulite e asciugate le delicate mani da odontoiatra, inizia la vestizione,
cominciando da una panciera, che egli preferisce chiamare “supporto
ventrale”. Precisò un dì che l'aggeggio non serve a nascondere l'eventuale
chilo superfluo, quanto piuttosto a far sì che la parte inferiore della
schiena resti al caldo e che i muscoli addominali mantengano la giusta
tensione durante la gara.
Caruso sigla la personale doppietta, mentre Antonelli, detto il
cascamorto, fa irruzione nello spogliatoio. Butta il borsone impolverato
nel solito angolo, saluta distrattamente e annuncia: “Vado al bar. Un
caffè e arrivo”. San tutti che l'obiettivo, più che il caffè, è la
barista, alla quale fa una corte spietata, come, del resto, a ogni donna
in età lavorativa.
Giuseppe quasi lo ignora, concentrato com'è sui calzettoni. Storce il naso
perché non sono stirati come vorrebbe, ma se ne fa una ragione. Messo il
primo paio, e prima di infilare il secondo, sistema i parastinchi, due
grosse sagome di plastica e metallo, una protezione fondamentale per le
sue tibie, “perché anche se è una partita amichevole, i rischi sono sempre
in agguato. Ed è proprio in gare come queste che aumenta il rischio di
farsi male”. Riferisce spesso questa litania, attribuita al dottor Gandino,
quello dell'Istituto di medicina sportiva, presso il quale, ogni sei mesi,
Giuseppe si sottopone a rigidi esami.
Alla spicciolata arrivano gli altri. Marini, che dice di essere un cugino
alla lontana dell'omonimo campione del mondo di Spagna, poi Curzi, che fa
il portiere perché lo faceva già suo padre, gatto di marmo Bruschini,
Marco che non ha il turno in fabbrica, Repetti, che viene a giocare pur
sapendo il rischio che corre a lasciar la moglie a casa da sola...
L'arrivo della truppa porta confusione, schiamazzi, aliti pesanti di chi
ha cenato senza digerire, benevoli spintoni, discussioni sul fuorigioco e
sulle donne.
I poliziotti sono sul 5-1, pare. Fulvio, che arriva già cambiato e poi se
ne andrà senza fare la doccia, aggiorna: Caruso ha segnato di nuovo. Marco
dice che lui è più forte. Bruschini conferma. Antonelli ancora non si
vede: la barista non l'ha ancora mandato a stendere.
All'odore di canfora comincia ad aggiungersi la puzza di piedi di qualcuno
non meglio identificato.
Giuseppe infila una canottiera piuttosto spessa e un paio di calzoncini
aderenti, fin quasi al ginocchio (la mezza-tuta, come ricorda qualcuno).
Poi, prende dal borsone un'altra borsina, che contiene la maglietta da
gioco rossa, numero 8, e i calzoncini da gioco bianchi, anch'essi col
numero 8 su un lato. Profumano di lavanderia. Li indossa con la premura
che si usa quando si va dal sarto e si provano i pantaloni con l'orlo
appena imbastito.
Marco è già uscito, pronto per la gara, Antonelli non si vede. Fulvio, già
pronto fin da quand'era a casa, aspetta Ermanno, che arriva quasi
all'ultimo ma ci mette un attimo a cambiarsi. Curzi sputa sui vecchi
guantoni su cui aveva già sputato chissà quante volte suo padre.
I poliziotti dilagano, dice Roberto che, mentre racconta l'ultimo gol
visto (colpo di testa di Caruso), parla al telefonino con la figlioletta
che gli sta chiedendo quando arriva a casa. “Subito, subito” dice lui,
mandando bacini e facendo smorfie come quello che non ne può più.
Giuseppe cerca il grasso di foca, utile ad ammorbidire le scarpe, e la
scatoletta di metallo che custodisce il “necessaire” per lucidare. Una
passata lieve, qualche colpetto con un apposito spazzolino, poi con un
panno, e le calzature del calcetto quasi brillano come scarpe di vernice.
Quello dell'annodare è un altro rito. Giuseppe conosce più nodi che i
marinai. Il migliore, assicura, è quello con doppio passaggio incrociato
delle stringhe sotto la scarpa e fiocco laterale, perché anche il fiocco
potrebbe incidere sull'impatto piede-pallone, quindi conviene sistemarlo
nella posizione in cui meno incide sull'esito del tiro...
Alle nove meno dieci del martedì, mentre i poliziotti seppelliscono di gol
i poveri infermieri, Rastelli il dentista inizia la fase di riscaldamento
prepartita, nel triangolo di prato tra lo spogliatoio e il campo in terra
battuta. Qualunque sia la stagione, ha una giacca della tuta, di marca,
che si toglierà solo al momento della gara. Avvio con corsetta ed esercizi
per le braccia, seguiti da rapidi movimenti per sciogliere le gambe, e
anche per la schiena... Il tutto mentre Marco fuma, Fulvio palleggia con
Bruschini, Curzi tira un pallone contro il muro dello spogliatoio e cerca
di bloccarlo dopo il rimbalzo. Antonelli non si vede ancora.
Giuseppe inizia con le flessioni, in misura giusta per mostrare a se
stesso che, pur avendo 49 anni, non è uno da buttare via. Poi, ecco la
lunga fase degli esercizi di allungamento muscolare. Prima la gamba
sinistra, poi la destra. Precisione, come quando inietta l'anestesia al
paziente, immobile e a bocca aperta. Poi i piedi. Roteazione di uno e
dell'altro. I ritardatari arrivano al campo. “Scusate, è colpa del
traffico” dice Cavalli, giustificando anche quelli che non erano in auto
con lui. Si rivede Antonelli, col volto di chi non ha battuto chiodo e uno
stock di improperi destinati all'intero genere femminile.
Il capitano della squadra degli infermieri chiede a Caruso di avere pietà.
Lui comprende, simula un malanno agli adduttori ed esce dal campo tra gli
applausi di compagni e avversari.
Alle nove esatte, il tuttofare dell'impianto sportivo dice a poliziotti e
infermieri che il loro tempo è scaduto. Avanti gli altri. Tra puntuali e
ritardatari, ci sono tutti.
Roberto compone le squadre, dà vistose pettorine gialle ai più forti del
gruppo e una la tiene per sé. Curzio, portiere avversario, non è contento:
con lui ci sono anche 'gatto di marmo', Renato detto 'pestaghiaia' e
Linetto lo zoppo, uno che non farebbe gol neanche se giocasse da solo.
Il dentista, che si accontenterebbe di qualunque compagno e qualsiasi
ruolo, si scontra con la solita frase: “Ehi... siamo 6 contro 6. Tu,
Giuseppe, in panchina... Mi raccomando, pronto ad entrare”. S'accomoda tra
i palloni, le borracce, lo spray miracoloso che rimette in sesto gli
infortunati. Alle 9.30, cullando un'illusione, inizia il riscaldamento,
perché non si può entrare in campo a freddo... Corsette a bordo campo,
esercizi ginnici, qualche progressione con aumento di velocità, qualche
scattino, inspirazione ed espirazione. Si concentra, come se dovesse
estrarre un molare.
Alle 10, la sfida finisce. Rammarico di chi ha perso, solite proteste per
il rigore che non c'era, i complimenti dei trionfatori a quello là che,
anche stavolta, ha fatto la squadra per vincere e c'è riuscito. “Bella
partita, eh - dice Roberto, dando una pacca sulla spalla a Giuseppe – Dai,
forza, doccia veloce, che si va a mangiare la pizza”.
La rivincita di Giuseppe che suona la rava
Andrea aveva aperto gli occhi e abbozzato un sorriso.
Nulla più, ma era già molto, assicuravano. Anzi, era una cosa
fantastica per un ragazzino in coma da mesi, ancora costretto su un
letto d'ospedale. Giuseppe aveva accarezzato la sua rava e immaginato
qualcosa che stava a metà tra il miracolo e lo scherzo. Rossignoli, il
medico, era visibilmente soddisfatto. Gli aveva spiegato, con parole
semplici, che un suono nuovo, anomalo, curioso avrebbe potuto dare
impulsi e stimoli a un cervello che da tempo pareva impossibilitato a
svolgere qualunque tipo di attività. Il vecchio, diffidente com'era
(dei dottori, poi), non ci aveva creduto. Ma quell'abbozzo di sorriso
l'aveva notato pure lui. E gli era parso splendido, un bagliore nel
grigio della stanza.
Gli occhi del ragazzino si erano aperti. Per poco, ma si erano aperti.
Per guardare non si sa cosa, ma si erano aperti...
Rientrando da Milano al paese, il vecchio Giuseppe s'era costruito le
frasi giuste da spiattellare ai soliti amici che si burlavano di lui e
del suo vezzo. “Musicoterapia”, gli aveva spiegato il medico. Ed egli
ripeteva mentalmente quella strana parola, che non gli era affatto
famigliare ma che sarebbe stata fondamentale per infondere importanza
al discorso che avrebbe fatto ai balordi del bar. Aveva 150 chilometri
di tempo per pensare a come raccontare di Andrea, del coma, del
risveglio, del sorriso, della rava, anzi della 'sua' rava...
La rava... Giuseppe era conosciuto per la rava, termine dialettale per
indicare la cosa con cui il vecchio suonava, pur non essendo né egli
un musicista né quella uno strumento. Era una zucca, nulla più. Anzi,
una qualità particolare di zucca, neppur gradita dal palato, nemmeno
buona per lo stomaco. Però, se svuotata ed essiccata a dovere, si
poteva trasformare in un aggeggio che emetteva un rumore strano, una
mescolanza fra il trionfale della tromba e la nenia della zampogna.
Giuseppe aveva ereditato dal padre l'arte di trattare le zucche. Le
tagliava in due, orizzontalmente, quindi faceva combaciare le due
metà. Su un lato praticava un foro. Poi, su questo, appoggiava le
labbra. Soffiava e produceva un suono, acuto se la zucca era piccola e
via via sempre più basso e cupo in modo direttamente proporzionale
alle dimensioni dell'ortaggio.
Giuseppe godeva nello spiegare i trucchi della rava a chi si stupiva
quando lo sentiva, perlopiù in quelle feste di piazza intrise di
nostalgia. I curiosi non mancavano, soprattutto tra gli impallinati di
folclore, quei personaggi che considerano i contadini come pezzi da
museo e che si sentono appagati solo se ogni dieci parole riescono a
dire “tradizione”.
Giuseppe si compiaceva, ma li guardava con sospetto. I più, però,
guardavano con sospetto lui, reputandolo una specie di saltimbanco
musicale, ignorante di pentagramma e solfeggio. Al bar il culmine
della presa in giro: “E' arrivato Mozart!”, annunicava il simpatico di
turno.
Giuseppe, in viaggio verso la gloria, non vedeva l'ora di schiaffare
in faccia ai detrattori la parola “musicoterapia”. Il vecchio ripeteva
a se stesso il vocabolo astruso, benedicendo il dottor Rossignoli, che
ora da Milano lo stava riportando a casa, e che un dì, in un borgo in
festa, lo sentì suonare e si invaghì della buffa interpretazione,
intuendone le proprietà benefiche.
“Gliela faccio vedere io a quelli là... Glielo dico, a tutti... Il
bambino ha aperto gli occhi, ha sorriso... Si chiama Andrea... E'
stata la rava, la 'mia' rava...”. La vettura del medico divorava
chilometri, cartelli stradali, frazioni, campanili e ancora
chilometri. Per Giuseppe stava arrivando il momento del riscatto. Se
non avessero creduto a lui, ci sarebbe stato il dottore,
professionista autorevole con tanto di laurea, a confermare. E a
certificare il trionfo, il trionfo sognato da anni, atteso fin dalla
prima nota emessa con la rava, tra i sorrisi canzonatori dei più.
“Adesso gliela faccio vedere io, altro che Mozart”.
Dai, Giuseppe, che è ora.
Giunti al paese, il medico parcheggiò la Mercedes e il vecchio si
fiondò come un fulmine verso la soglia del bar. Aveva davanti a sé la
porta da spalancare alla rivincita.
Dai, Giuseppe, che è ora. Entra e digli, urlagli di Andrea. Dai.
D'un tratto, però, il vecchio si fermò.
Dai, Giuseppe...
No.
Giuseppe rimase impietrito. S'accorse all'improvviso che, in quel
momento, c'era solo una cosa che poteva importargli davvero. Tornò
verso l'auto e implorò a Rossignoli di riportarlo a vedere quel
sorriso straordinario.
Pizza 'e Ciro
(monologo
cabarettistico)
Sono Ciro della pizzeria Pizza 'e Ciro. Chillo famoso per la Pizza Sei
Stagioni: primavera, estate, autunno, inverno, né caldo né freddo, fa così
così. Ciro sta la risposta vivente a chi dice che non ci sono più le mezze
stagioni. Però da Ciro ci stanno le mezze quattro stagioni. Una quattro
stagioni divisa in due? Pronti: due stagioni a te, due stagioni a te,
perché Ciro sa anche la matematica. Chiedete che Ciro provvede. Eh no...
non è che tu puoi avere inverno e primavera e tu primavera e estate.
Qualcuno l'autunno lo deve pur prendere... non è che posso tenermi in
cucina una pila così di autunno. Se no, fa una cosa: tu prendi la Pizza
Primavera, che è un'altra specialità di Ciro, perché una rondine non fa
primavera, ma Ciro sì: ne fa una, un'altra, un'altra. La Primavera 'e Ciro
non sta ancora famosa come la Primavera di Botticelli, ma quasi... che poi
dove ha la pizzeria sto Botticelli non lo so. Ti chiami Botticelli? Fai il
vino, no! Che ti metti a fare le pizze...
Comunque, modestamente, pizza 'e Ciro è conosciuta dalle Alpi alle
Piramidi, dalla Calabria al Friuli Venezia Puglia, che poi sono tre
città.... Friuli, il posto dove ci stanno i Friulesi... Venezia, chilla
con l'acqua... e Puglia, che ha il Tavoliere per affettare il salame.
Ciro è conosciuto in tutta Italia: sono il Ciro d'Italia, la maglia rosa
della pizza, ho vinto pure il Gran premio della montagna con la Pizza Gran
Sasso, una pizza talmente dura ma talmente dura che per tagliarla uso il
martello pneumatico.
Poi un'altra specialità di Ciro è la Pizza al cane... No, non è che ho
impastato il cane, che poi io sono affezionato al mio cagnolino... un
Cirohuahua. Il mio Cirohuahua vede il buco del forno e ci va dentro come
fosse la cuccia. E quando dentro al forno ci butto la legna, il mio
Cirohuahua va dentro al forno, prende il pezzo di legna e me lo porta
indietro. Così ci metto un'ora ad accendere il fuoco. Però è un cane
intelligente: se il forno è acceso, il cane dentro non ci va. La pizza si
chiama Pizza al Cane perché quando viene male... fa proprio schifo.... ce
la tiro al cane, ci tiro la pizza al cane. E' che Ciro non sbaglia mai la
pizza, perché Ciro sta il campione dell'impasto. Però una volta avevo un
garzone, nu bravo uaglione che però faceva 'na schifezza 'e pizza...
Negato, negato. Faceva le pizze talmente male che il mio Cirohuahua è
venuto grosso come 'na bestia, a forza di mangiare le pizze... Io per
cercare di farlo tornare in forma, l'ho pure impastato un poco... c'avete
presente i grissini stirati? Così gli è venuto il collo lungo lungo che
sembrava 'n'altra bestia: la Ciraffa. La Ciraffa 'e Ciro... che abbaiava
pure. Il cane, si sa, abbaia di pancia... avendo il collo lungo, il mio
cane cominciava ad abbaiare alle due, ma il primo bau si sentiva alle due
e venti.
Il garzone non lo tengo più, perché intanto tutti i clienti vogliono solo
la pizza 'e Ciro... di Ciro me.
L'altro mese, per affettare il pomodoro, mi sono pure tagliato un poco il
dito... l'indice. Eh, potevo mica smettere di lavorare? Mi sono curato da
me, mi sono messo un Cirotto, e ho continuato a fare le pizze. Oh, vi dico
un segreto: la pizza che c'aveva il dito indice dentro... un pezzettino
solo... è piaciuta! Aggio capito: è per quello che si chiama indice di
gradimento. E forse s'è sparsa la voce, perché qualche giorno dopo un
cliente mi ha chiesto: “Ciro, la fai ancora la pizza al taglio?”. L'ho
buttato fuori dal locale, perché a me non piace quando scherzano su me
medesimo: non mi devono prendere in Ciro.
E' dura fare il pizzaiolo, e spesso ci si annoia pure. Tant'è che ogni
tanto mi dico: “Miiiii che pizza!”. Comunque so che è il mio lavoro, e al
giorno d'oggi avere un lavoro sta 'na fortuna... altrimenti se non ce l'avrebbi
un lavoro a quest'ora magari sarei da un posto all'altro... a fare il
Cirovago.
Invece sono qua, a fare le pizze. E so' pure diventato campione
interregionale di invenzione di pizze che non sono mai state inventate. Ho
inventato pure la Pizza alle Rane, con sopra rane talmente fresche, ma
talmente fresche che, una volta, a un certo punto il rano maschio e la
rana femmina non mi si vanno ad accoppiare 'n coppa a la pizza? E' finita
che mi hanno fatto i Cirini. I clienti stavano contenti assai: hanno fatto
la ola. E tutti allora si sono messi a cantare l'inno della pizzeria Pizza
'e Ciro: “Ciro Cirotondo, casca il mondo”, che è pure una bella canzone:
casca il mondo tanto è buona la pizza 'e Ciro, mannaggia la maronna. Per
festeggiare la nascita dei Cirini, che nuotavano nel pomodoro della Pizza
alle Rane, s'è deciso di brindare. E, allora, senza badare a spese, ho
offerto io: per tutti, una bottiglia di vino speciale, il Brunello di
MontalCiro. Che era talmente buono ma talmente buono che un cliente... e
beve, e beve, e beve... che gli ho detto: “Guarda che se bevi tanto ti si
scoppia il fegato e ti viene la Cirosi!”.
Eh, quante pizze ha inventato Ciro vostro. Ricordo ancora il debutto della
famosa Pizza Quattro stagioni con modifica: primavera, estate, autunno e
inferno. Sì, inferno perché, invece del solito pomodoro, ho messo uno
strato di 6 centimetri di peperoncino piccante speciale: il peperonCiro.
Eh, quante pizze ha inventato Ciro vostro. La pizza Renato Rascel: non
lievita, resta piccola piccola. Poi, certo, c'è stato qualche esperimento
andato male, come quella che è stata poi chiamata la Pizza Prostituta
(altrimenti detta 'a Zoccola): è talmente cattiva che tutte le donne che
la prendono non la vogliono e chiedono: “Chi ne vuole? Chi ne vuole?”.
Insomma, finisce sempre che la danno via. Malgrado la cattività... la
cattiverìa... la cattiveria di sta pizza, l'ho tenuta ancora nel menù ma,
per scoraggiare i clienti, aggio messo i prezzi più alti: 50 euro in
macchina, 100 euro in camera.
E poi c'è la famosa Pizza Sollevamento Obesi, che ha un contenuto di
calorie che pare una centrale nucleare: c'è talmente tanto strutto, burro,
farina, uova, olio, che si ingrassa solo a guardarla. Appena ti porto il
piatto.... puff puff puff.... cominci a gonfiare, a ingrassare: ti aumenta
il Ciro-vita.
E' la pizza preferita da mia figlia Bufala, che adesso pesa 174 chili,
senza vestiti. Mia figlia l'ho chiamata Bufala, in onore della pizza
medesima; anche se mia moglie avrebbe voluto chiamarla Margherita.
Margherita? E che nome è? Io avevo deciso: o Bufala o Capricciosa, poi
però Capricciosa non stava di buon auspicio. L'altro ieri le ho detto:
Bufala, dovresti dimagrire un po'. E' ora che tu faccia un po' di sport.
La figlia mia, mio piezz'e core, non mi ha deluso: si è iscritta a un
corso di Ciro al piattello. Pum! Pum! Miiiih, so' soddisfazioni!
La laureata del fast food
Dunque, due hamburger quattro stagioni, un McSoviet gigante, un fish&nuggets,
patate fritte. Bene. Da bere? Una coca media... okay... va bene,
piccola... okay... e un'acqua gasata... Piccola o grande? Piccola...
okay... Salse? Vuole le salse? Abbiamo vari tipi di salse, la tonnata,
il ketchup e la tonno-ketchup maxi, che ha due terzi di tonnata e uno
di ketchup o la tonnobaby con più ketchup che tonnata.
Ma se vuole la baby posso offrire, a un euro in più anche un'insalata
primavera. Cosa c'è dentro? Insalata verde, pomodoro, mais, carote,
capperi. Però se non vuole i capperi, perché non tutti vogliono i
capperi, le posso togliere l'insalata e mettere con soli cinquanta
centesimi in più il McPesce, bastoncini di pesce che sono buonissimi e
che diamo anche in offerta nel menu-tutto-mare... anche se in realtà
sono pesci di fiume... a 6 euro e venti centesimi con un bicchiere di
WhiteWine, un'ottima bibita che ha il colore del vino bianco ma sa di
orzata.
Se vuole il WhiteWine e non vuole la coca cola, mi dà cinque centesimi
in più e avrà in offerta anche uno dei nostri gadget, il PupoPelouche,
una simpatica palla di pelo che canta tutta la notte, che però può
ottenere anche col super piatto freddo-caldo... un piatto celebre fin
dai tempi di Napoleone. Le devo anche dire che Napoleone nacque ad
Ajaccio, in Corsica, il 15 agosto 1769. Suo padre, Carlo, nel 1764
sposò Maria Teresa Ramolino, dalla quale ebbe ben 13 figli, di cui 8
sopravvissuti... Ah, sì, scusi... il suo hamburger... Mi scusi mi sono
fatta prendere la mano, perché sa... sono laureata... L'unico lavoro
che ho trovato è questo... part time... Che vuole...
Ah, vuole anche un DoppioBurger? Ha doppia razione di formaggio ma
metà carne, oppure c'è la formaggio dimezzata e doppia carne. Se
vuole, però, con tre centesimi in più, solo per questa settimana, le
diamo gratis l'acqua minerale... che è addirittura di marca Fiuggi.
Fiuggi è una località del Lazio, vicino ad Anagni, nota per essere la
Città dei papi. Tra gli altri, qui nacque Bonifacio VIII, al secolo
Benedetto Caetani che fissò i termini giuridici del primo giubileo
della Cristianità. Lo sa? Ah, non lo sa? Non le interessa... Ah, sì
scusi... ma l'essermi laureata deve servirmi a qualcosa, no?
Gradisce il McSuperFish&Chips. Lo vuole? Allora, senta, facciamo così.
Io le consiglio di prendere, per 6 euro e 50 patatine grandi,
filettino di pollo piccolo, salsa tartara e poi la SuperUova, una
maionese molto buona che però può andare bene anche con l'insalata
TuttiGusti, che da sola costa 5 euro, ma con l'aggiunta di
McPolpettina costa solo 5,20 euro, quindi in pratica lei risparmia
almeno almeno 3 euro.
Faccio il conto? Se lei valuta il trend economico negli ultimi anni,
noterà certamente che, su scala non solo nazionale ma anche mondiale,
nel computo globale del primo trimestre 2005, raffrontato con lo
stesso periodo dell'anno precedente, l'andamento dei mercati non ha
subìto eccessive variazioni, anche se valutando attentamente l'indice
Mibtel potrebbe evincersi che... Sì, sì... ho capito! Ha fame, ha
fame! Ma io sono laureata! Cinque anni di università, un master a
Londra...
Mi dica solo se vuole la maionese, la tonnata, il McBello, che è un
panino gradevole anche nell'aspetto oltre che nel gusto, mi dica se
nella coca cola vuole il ghiaccio... Lo sa che il ghiaccio non può
andare a fondo in un bicchiere anche se bisogna specificare che un
corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto
pari al peso del liquido spostato. E' il teorema di Archimede, ben
diverso dal teorema di Euclide che mi permetto di enunciare: in un
triangolo rettangolo il quadrato costruito su un cateto è equivalente
al rettangolo che ha per dimensioni la sua proiezione sull'ipotenusa e
l'ipotenusa stessa. Corso di laurea in geometria... ecco allora che, a
tal proposito, le posso proporre il Panombo, il panino fatto a rombo:
se gradisce, abbiamo il menu McRombo con mortadella, salsa rosa...
Rosa... Dico rosa e mi viene in mente rosa rosae rosae, prima
declinazione latina. Vuole un paio di verbi irregolari? Sono laureata,
ho studiato tutto.... tutto... tutto... Mi sono fatta un mazzo così...
cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di superiori, cinque
di università, master all'estero, corso di informatica, parlo inglese,
francese, un po' di spagnolo, ho una specializzazione in economia... E
lei? Lei ha fame. La capisco... Lei è qui perché ha fame. Ma a me...
vuole che le dica? Non-me-ne-fre-ga-nien-te!!! Io ho sono laureata...
voglio fare una cosa che so fare e per la quale ho studiato tanto...
No, no... parlo... stia zitto lei e faccia tacere anche i suoi
bambini, che cominciano a diventare noiosi... Ma che giocattoli, che
gadget, che cappellini, magliette e palloncini... Ma finitela!... No,
no... non sono nervosa... NON SONO AFFATTO NERVOSA! So tutto... mi
chieda la lunghezza dei fiumi, la dimensione dei laghi, i fondamenti
di economia, la declinazione del verbo Eurisko, la capitale della
Tanzania, l'apparato digerente della tartaruga, gli elementi di
algebra, la temperatura della superficie antartica, lo statuto dei
lavoratori, l'anno di nascita di Domenico Bigordi, detto Il
Ghirlandaio... E' un pittore! Un pittore! E' nato nel 1449... Non
sapete un emerito cacchio, voi! Voi volete solo mangiare! Anch'io se
sono qui, malgrado la laurea, il master, gli studi, il mazzo che mi
sono fatta è perché devo mangiare.... Devo mangiare... devo mangiare
anch'io...
Il paese del salame
“Questo è il paese del salame: a chi entra passa fame”. Stava scritto così
sul cartello d'ingresso di Salumopoli, tanto per fare capire dove si era
arrivati. Un borgo curioso, senza dubbio saporito. Il più ricco era stato
elevato al grado di prosciutto crudo e un po' se la tirava: veniva da
Parma, si credeva un parmigiano, senza essere formaggio. Un suo parente,
sempre innamorato, era cotto. Il lardo era giudicato un balordo. La
Bologna si lagnava delle rotondità: si sarebbe accontentata di un po' di
pancetta, invece, manco fosse Torino, era costretta a convivere con la sua
mole. Non si piaceva affatto e spesso cercava conforto dal suo amico
fidato: “Speck, speck delle mie brame, chi è la più bella del reame del
salame?”. Gli amici, si sa, se sono fidati, dicono sempre il vero: “Del
reame la più bella non è certo salamella; chiamasi Rosa oppure Paola, la
migliore è la bresaola”. Una sentenza non condivisa unanimemente però,
perché nel democratico paese del salame c'era chi, per esempio il
culatello, preferiva la finocchiona, con buona 'pacs' di tutti, anche
della salsiccia che, dice la storia, più che drizzarsi spesso s'arriccia.
Nel paese del salame, lo zampone odiava il Natale, il cacciatorino non
sparava, la soppressata stava comunque in vigore, il cicciolo sembrava
sempre di-strutto e, in tempo di gare, tutti entravano in competizione per
farsi la coppa (non necessariamente avvenente ma, in ogni caso,
disponibile). C'erano libri sugli antenati che raccontavano di maiali,
c'era chi si suicidava con l'affettatrice e a chi suscitava brutte
impressioni veniva detto: “Hai fatto proprio la figura dell'uomo”. Il
cavalier Salamoni, supremo capo del Gran consiglio, confortato dai
sondaggi, assicurava che a Salumopoli non s'era mai stato così bene. Ma,
quando s'andò al voto, venne, seppur di poco, sconfitto da un mortadella.
E tanti salumi.
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