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La guerra delle donne
 

C'è un modo per fare cessare le guerre: farle fare alle donne.
Le donne-soldato che vanno in trincea, le donne che comandano gli eserciti, le donne che decidono le strategie, le donne che si riuniscono per stipulare i trattati.
A che ora ci vediamo per decidere cosa fare?”. “Mah... alle 13.30 devo ancora finire di lavare i piatti, alle 14 c'è Beautiful. Facciamo per le tre?”. Poi, se un'altra non deve andare a prendere il figlio alla scuola materna, se la terza non deve andare a fare la spesa... perché se va il marito... oh, per carità! Un marito l'unica cosa che sa fare al supermercato è attaccare bottone con la cassiera. Il mio, ad esempio... Oh, è meglio che non dica niente.
Comunque, se si trova un accordo sull'ora, bisogna decidere il posto. Perché quella non ha la macchina, quella non vuole fare tanta strada, poi c'è quell'altra che vuole che ci si trovi in un territorio neutro e allora propone l'outlet. Che va pure bene, perché all'outlet ci sono sempre le signore giapponesi, e quindi sono utili per la diplomazia internazionale. E sono utili pure se devi immortalare l'evento perché queste giapponesi, sempre con la macchina fotografica...
Per mettersi d'accordo sul posto e sull'ora, passa già una giornata. Ed è una giornata in meno di guerra. Poi, quando si è d'accordo, beh... dici un'ora... facciamo le 5... e una arriva alle 5 e un quarto, un'altra alle 5 e mezza perché ha rotto i collant infilandoseli... “Eh, avevo un'unghia scheggiata e allora... strrrrr. Rotti”. Insomma, trascorre un'altra ora.
E poi, quando le signore della guerra sono attorno al tavolo per organizzare la battaglia, c'è sempre una che esibisce la borsetta appena acquistata. E un'altra che le dice: “Ah, nuova? Bella”. E allora quella spiega dove l'ha comprata, spiega quanto l'ha pagata.. “Non mi sono neanche accorta... sai... con la carta di credito... tric, trac... non sembra nemmeno di pagare”. E quell'altra che ha lo smalto rosso e deve fare vedere che anche le unghie dei piedi sono rosse, e si toglie le scarpe. E allora un'altra dice che anche il suo smalto non è male, tendente al pervinca, e si toglie le scarpe pure lei.
In attesa di sapere qual è il loro destino, le capitane dell'esercito ingannano il tempo. C'è chi va a una mostra di quadri (“uh, questi impressionisti fanno davvero impressione”), chi si dedica allo shopping, chi decide di andare a farsi una lampada, per essere a posto quando gli inviati di tutto il mondo, soprattutto quelli della Cnn, andranno a fare le riprese e le interviste sui luoghi del conflitto per i soliti reportage.
Intanto, quando tutte le signore della guerra si sono rimesse le scarpe, e tutte hanno commentato sul vestito di tutte e qualcuna ha detto che suo figlio ha preso 10 in matematica e l'altra ha risposto che matematica non serve a niente perché intanto ci sono le calcolatrici... vabbè, un'altra ora sarà ben passata ed è un'altra ora con fucili che non sparano e razzi che non partono, città che non vengono distrutte e gente che non muore e bambini che non saltano in aria sulle mine antiuomo, perché fin che le cape non si mettono d'accordo, la guerra non si fa.
Poi, mentre si è nella discussione, c'è quella che salta su chiedendo: “Chi vuole un caffè?”. E tutte: “Io... io... io”. E c'è chi lo vuole decaffeinato, chi amaro, chi con il dolcificante, chi con lo zucchero di canna, chi in tazza grande, chi lungo, chi ristretto, chi preferisce un tè... e allora c'è chi lo prende col latte e chi col limone. Non due che siano in sintonia. Donne. E la poveretta che ha fatto la domanda fatidica... ha pure ragione lei, bella stella, quando dice che non può ricordarsi tutto per fare l'ordinazione al bar. E allora, telefona al locale preferito, che non è mai il più vicino... Dopo i convenevoli col ragazzo del bar, si ricorda che deve ordinare... Finché il suo interlocutore si arrende e dice: “Vengo io: ditemi dove, e vengo io”. E allora, vagli a spiegare dove sono a fare questa riunione sulla guerra. “Prendi via Roma, la seconda a destra...”. “Ma no, sulla sinistra, dipende comunque da che parte arrivi”. “Ma no, non fare via Roma, si fa prima da via Garibaldi... E' Garibaldi, vero? Quello che fu ferito?”. “No quello è Toti, che ha la stampella”. “Ma che Toti! Totti! E' Totti che si è fatto male alla gamba... due mesi di tribuna... l'ha detto la televisione”.
Per fortuna, nel frattempo, il ragazzo del bar ha capito 'da solo' dove si svolge la segretissima riunione per decidere la guerra, ed è già arrivato di persona a prendere le ordinazioni. E quella che lo voleva decaffeinato adesso lo vuole normale con due di zucchero e quella che voleva il tè al limone adesso prende un cappuccino, con un terzo di caffè e due terzi di latte... e intanto nessuna soldatessa spara, non parte un colpo dai cannoni, i carri armati sono in garage... con le soldatesse ad agghindarli con l'arbre magique, un orsetto di peluche, un poster del bell'attore muscoloso. Intanto c'è chi passa l'aspirapolvere sui tappetini del carro armato, perché nessuna donna sopporta la polvere, in un posto dove deve stare lei. Nessuna a chiedersi se ci sia il carburante o no... l'importante è che non ci si veda la polvere.
E là... alla riunione, intanto, hanno deciso di non mettersi a discutere di guerra prima dell'arrivo del caffè. Il ragazzo ci mette almeno mezzora – un'altra mezzora sottratta al conflitto - e porta a tutte quanto richiesto, senza sbagliare niente. Ma come avrà fatto? Poi però salta su quella che dice: “Io avevo ordinato un decaffeinato freddo”, dimenticando di averlo chiesto caldo. E allora bisogna aspettare che il caffè della signora si raffreddi.
Al momento di pagare, una ha solo un pezzo da cento euro, l'altra ha una manciata di monetine buone per l'elemosina in chiesa, l'altra viaggia solo con la carta di credito e si stupisce pure che il ragazzo del bar non sia arrivato fin quassù con il pos.
E allora si comincia a fare i conti. Il caffè normale costa 90... dunque, tu paghi 90, io pago 1,10.. e lo zucchero? “Ah, lo zucchero è gratis? Davvero? Se l'avessi saputo ne avrei ordinato un chilo”. C'è quella che prende il telefonino nuovo, per fare vedere che ce l'ha nuovo, con la scusa che c'è la calcolatrice, che però non sa usare. “Eh... è tutto nuovo”, si giustifica. La speranza è che il ragazzo del bar dica: “Lasciate stare, offro io”. Se lo dice, è chiaramente un guerrafondaio. Ci tiene proprio che si spari. E' un uomo, d'altronde.
Adesso, ammettiamo che il ragazzo se ne sia andato, con i suoi soldi giusti, contati bene, pure gli spicci, pure la misera mancia... c'è sempre quella che dice: “Ah, se avessi qualche anno in meno, io quello me lo farei”. E un'altra: “Ah, io me lo farei anche se avessi la tua età”. E c'è quella che dice che non è abbastanza alto, l'altra che dice che le misure non sono importanti (non tutte, almeno). E poi decolla la discussione sugli occhi: “A me piacciono azzurri”. “Guarda che li aveva castani”. “Castani? Noooo, marroni”. “Ah, io in un uomo non guardo gli occhi, la prima cosa che guardo sono le mani”. Certo: tutte le donne guardano le mani. Le mani. Le donne di un uomo guardano le mani!
E ci passa un'altra ora, mentre le soldatesse, prossime alla trincea, in attesa che si decida se si fa la guerra, quando e come, puliscono i fucili, con il Pronto, e lo lucidano bene con il panno che non perde i peli, perché non si può andare a fare la guerra con un fucile che ha la canna con sopra le ditate e pelucchi qua e là. E poi c'è chi legge le istruzioni del fucile in questione.... Scruta dentro la canna per vedere se si vede che c'è il colpo... Non c'è. Meno male.
E altre soldatesse, sempre in attesa che le signore decidano, stanno lavando tutte le divise militari, con l'impeto di chi fa le pulizie di primavera. Le pulizie, si sa, le fanno sempre le donne. Gli uomini sporcano solo. E le signore discutono pure sul detersivo da usare. E c'è chi dice: “Questa divisa è piena di macchie”. “Non sono macchie di sporco. Non hai mai visto una divisa militare? Ha proprio le macchie lei, la divisa... si chiama mimetica”. “Si chiama mimetica così si mimetizza lo sporco”. “Eh, certo, vuoi mica andare in trincea con la divisa sporca? Che figura ci fai?”. “E' vero, io per stare bene con me stessa ho comprato gli anfibi tacco 12”. E un'altra: “E comunque a me chiedetemi tutto, ma non di mettere l'elmetto, perché ho appena fatto la messa in piega”.
E mentre le signore che devono decidere la guerra tirano fuori una carta geografica per capire dove attaccare e come, s'alza nella stanza segretissima il coretto, celebre sigla del telefilm: “Furia cavallo del west che beve solo caffè...”. Stupore generale. Sguardi interrogativi, interrotti dalla confessione della generalessa che sta lì perché esperta in tecnologia: “E' la suoneria del mio cellulare: me l'ha messa mio figlio di tre anni e non so come si toglie”. L'unico modo per sopprimere Furia è rispondere al telefono. Di là c'è un'amica che vuole andare a fare shopping prima che comincino i saldi, perché – dice lei – durante i saldi si vende solo porcheria.
Ah, già: la cartina è sempre sul tavolo! Stesa bene, perfetta. E tutte le donne dalla stessa parte a guardare e a non capire. “C'era un fiume qui, da queste parti, dov'è andato a finire?”. Mentre la più brillante sta dicendo che “si sarà prosciugato”, un'altra ha l'intuizione decisiva: “Ma non vedete che questa cartina è girata al contrario?”. E allora, le signore generalesse, capitanesse e comandantesse, anziché rivoltare la cartina, si spostano tutte, all'unisono, dall'altra parte del tavolo. E qui comincia una lunga diatriba: “Si dice Afghànistan o Afghanistàn?”. “Afghànistan. Mica è un nome veneto”. “Che c'entra?”. “Non so, era tanto per dire”.
Passa un'altra mezzora, mezzora di fucili fermi, di soldatesse che, intanto, dopo avere fatto il bucato e steso al sole le mimetiche, pensano di portarsi avanti col lavoro, sistemando i carri armati in posizione di partenza. E' facile: basta tirarli fuori dai garage dov'erano stati ordinatamente parcheggiati. Prima cosa da fare: trovare le chiavi per mettere in moto il mezzo. “Le ho date a te”. “No, le hai tu”. “Guarda bene”. E così, dopo una ventina di minuti di lite, le soldatesse deputate alla conduzione rovistano nelle rispettive borsette tirando fuori, in ordine sparso: portafogli, portamonete, rossetto, occhiali da sole, lettore Mp3 utile nei momenti di stanca della guerra e per non sentire il fastidioso fragore delle bombe, cellulare, specchietto, spazzola per capelli, forbicine, mollettine, spille da balia, trousse per le unghie, assorbenti igienici, chiavi di casa, salviette umidificate, mascara, fondotinta, fazzolettini di carta, accendino, piccola torcia elettrica, un altro cellulare, sigarette, agendina telefonica. E finalmente, dai meandri di una borsa con griffe taroccata, salta fuori anche la chiave per avviare il motore dei carri armati.
Carri armati che, cercano di spiegare le signore della guerra munite di cartina, dovrebbero difendere il confine a nord, in previsione di un attacco che il settimo battaglione granatieresse dovrebbe fare verso le undici del mattino, cioè dopo la lezione di yoga della comandantessa. “Uh lo yoga – commenta un'altra – Lo yoga no: troppo faticoso. Io ho bisogno di rilassarmi. Così ho fatto un abbonamento a 42 sedute di massaggi: ne pago solo 40 e mi va via questa fastidiosissima buccia d'arancia”. E un'altra ancora spiega che sarebbe pronta a ricorrere al chirurgo plastico; c'è chi lo ha fatto e lo ammette, mostrando un labbro che sembra un canotto, e chi si dice scandalizzata perché preferisce avere una prima di reggiseno, ma almeno è tutta roba sua.
Urge ricordare che tutto ciò avviene mentre si dovrebbe parlare di una cosa tutto sommato importante per il futuro di una fetta di umanità, cioè la guerra. “No, guarda... ne parliamo magari dopo. Adesso devo proprio andare in bagno”. E l'altra: “Vengo con te”, perché in bagno noi donne andiamo sempre in due, anche se scappa a una sola. Ci sentiamo più tranquille. La facciamo meglio. E passa un altro po' di tempo: sono minuti regalati alla pace.
Le comandantesse del battaglione, aspettando istruzioni, si dilettano col bridge, per darsi un tono. Le soldatesse, intanto, stanno sempre cercando di mettere il carro armato in posizione di partenza. E la prima cosa fa fare è uscire dal... oh no... Trrrrrrrrannnnn! Il muro del garage. Peccato. Una riga lungo tutta la fiancata, sopra il cingolo. Si sa, d'altronde, che la retromarcia per noi donne è sempre stata un problema. Sarà perché noi guardiamo sempre avanti, sempre dritto. E meno male che non bisogna fare tante manovre per parcheggiare il carro armato una volta tirato fuori dal garage.... No... no... non è necessario, va bene così... basta... spegni sto motore... non continuare ad andare avanti e indietro con sta cosa... No... no... attent.... Ecco: lo sapevo.
E' anche sfortuna, però. Cioè, dico, proprio adesso che deve iniziare la guerra, passa il furgone del lattaio? Niente di grave: un piccolo incidente, può capitare. La soldatessa pilota, la prima cosa che fa è incolpare il lattaio. Poi dice che intanto lei conosce uno che fa il vigile. Il lattaio la tranquillizza, invitandola a fare la constatazione amichevole. Non c'è il cid sul carro armato. Per fortuna il lattaio ce l'ha. Ma la soldatessa non ha la minima idea di come si compili. Poi, come fosse a un quiz televisivo, fa l'unica cosa che le passa per la testa: chiedere l'aiuto a casa... se solo sapesse dove ha messo il telefonino. “Chiami pure col mio”, le dice il lattaio, come se la donna sapesse il numero a memoria... Con tutte le cose a cui ha da pensare una donna, non può permettersi di destinare un angolo di cervello per ricordare il numero di telefono di casa sua.
La diplomazia mondiale, intanto, plaude a questa pace prolungata, che all'Onu credono sia dovuta ad importantissimi accordi bilaterali. E perfino il Papa spiega che questa miracolosa assenza di guerra, contrariamente al previsto, è dovuta al Dio benefattore, quando basterebbe attribuire il merito alle donne, ai loro vezzi, alle loro abitudini, a quelli che il mondo dei maschi considera i loro difetti.
A proposito di Papa. E se si mettesse una donna a fare il Papa? Una donna, sì! Una donna che preghi, che vada in viaggio in giro per il mondo e che la domenica reciti l'Angelus in piazza San Pietro. Magari alle dieci o alle undici, però. Non a mezzogiorno. Perché la domenica a mezzogiorno noi donne, nella migliore delle ipotesi, dobbiamo spignattare per tutta la famiglia...

 

Giuseppe arriva alle 8

Potrebbe cadere il mondo. Ma alle 9 del martedì sera, Giuseppe Rastelli, 49 anni, apprezzato dentista, ha un irrinunciabile appuntamento al campo di calcetto. Alle 9 inizia la partita, la 'sua' partita, col solito gruppo: il marito della sua assistente alla poltrona, il vicino di casa, Marco se non ha il turno in fabbrica, Bruschini detto 'gatto di marmo'...
Giuseppe, a dirla tutta, arriva nello spogliatoio alle 8, quando, sul rettangolo di terra battuta inizia il match tra i poliziotti e gli infermieri. Mentre quelli si disputano il primato tra questura e ospedale (risultato scontato: c'è l'agente Caruso), Giuseppe Rastelli, nello stanzino riservato alla sua squadretta, comincia a spogliarsi e a distribuire i propri abiti su tre attaccapanni, badando di sistemarli in modo tale che nessuno rischi di stropicciarsi e che, una volta conclusa la partita e fatta la doccia, i vestiti siano in perfetto ordine “di indossatura”. Cioè, primo dell'attaccapanni sarà il capo d'abbigliamento - il giubbotto, per dire - da mettere poi per ultimo, e ultimo quello che andrà indossato per primo: le mutande, si presume. Il calzino destro, piegato in quattro parti, è riposto nella scarpa destra... Nella sinistra finisce l'altro, ovvio. E le scarpe vanno disposte su un ripiano, perché c'è sempre il rischio che lo spogliatoio si allaghi, dopo la doccia dell'orda barbara. Sul pavimento, solo un tappetino leggermente gommato, perché – spiegò lui una sera - non è sano che i piedi nudi sfiorino piastrelle calpestate da scarpe, ciabatte e, magari, piedi altrui.
Giuseppe Rastelli ha una precisione da archivista, riconosciutagli dai compagni di calcetto, che smisero di sfotterlo quando capirono che sarebbe stata una battaglia persa. Lui così è, è sempre stato e forse sarà.
Sistemato l'abbigliamento come il più attento dei commessi di boutique d'alta moda, e rimasto nudo, coi piedi al centro esatto del tappetino, Giuseppe infila un costume da bagno aderente, di quelli che più fuori moda non si può, annoda il cordoncino bianco premurandosi di assicurarlo con doppio fiocco e, solennemente, avvia il pietoso rito della fasciatura.
Il silenzio sarebbe d'obbligo, ma gli insulti del portiere dei poliziotti al proprio difensore rimbalzano dal campetto in qua: gli infermieri hanno segnato, contro ogni pronostico. Giuseppe non se ne cura. Gli frega solo delle sue articolazioni. Con la precisione che usa per curare la carie, tira fuori da un sacchetto, sigillato con doppio nodo e collocato nella tasca esterna del borsone, chiusa con due cerniere, una fascia bianca, arrotolata attorno a un rocchetto... arrotolata tanto stretta così che la benda sia di minimo ingombro.
Appoggia il piede sinistro sulla panchetta, un piccolo massaggio alla pianta e al collo, e avvia la fasciatura, partendo dal basso. Pollice e indice della mano sinistra fermano un capo della fascia, mentre l'altra mano comincia l'opera di avvolgimento, che interessa anche la caviglia. Un'operazione meticolosa che si conclude con un cerotto, utile a fissare la benda. Giuseppe passa poi al piede destro, con identica procedura, se non che si premura che la fasciatura sia meno rigida perché, a suo dire, la caviglia destra ha necessità di maggior mobilità, visto che di destro è solito calciare, imprimere effetto al pallone... e se la caviglia fosse troppo bloccata non riuscirebbe a trattare la palla come vorrebbe. Teorie, che, però, motivano l'azione.
In un altro tascone laterale del borsone da calcio, c'è l'occorrente per le ginocchia. Giuseppe infila la mano, fidandosi della memoria. Il ginocchio destro merita una ginocchiera, simile a quelle che usano i ragazzi che fanno evoluzioni sullo skateboard. Lui, tutt'al più, si augura evoluzioni tra centrocampo e l'area di rigore, dove al limite rischia di imbattersi negli stinchi di Ettore, difensore ruvido, più per fama che per cattiveria autentica.
All'altro ginocchio è destinata solo una piccola benda, tra la tibia e l'articolazione, sulla cui utilità Rastelli il dentista potrebbe scrivere un trattato, che si concluderebbe con l'elenco, in rigoroso ordine alfabetico, dei calciatori professionisti soliti fasciarsi in quel modo.
Dall'esultanza meridionale che raggiunge la stanza, pare che i poliziotti siano riusciti a pareggiare, mentre un uomo in costume da bagno demodé, bianco di caviglie, con una ginocchiera e un giro di stoffa bianca sull'altra gamba, inizia una piccola operazione sfilando dal borsone un involucro puzzolente. E' il sacchetto che contiene il botticino di olio canforato.
Se ci fosse qualcuno, nello spogliatoio, capirebbe il godimento di Giuseppe nello spalmarsi quella sostanza né liquida né solida, sulle cosce, cominciando, sempre, dalla sinistra. Un piede sulla panchetta, l'altro sul tappetino. I pollici a premere, prima leggermente, poi in modo più vigoroso, come volesse fare in modo che l'unguento penetrasse il più possibile per dare conforto a muscoli usurati dagli anni. Poi, ambedue le mani vengono adagiate sul retro della coscia e inizia un lungo massaggio a dieci dita. Un'operazione di scioglimento, della durata di quattro minuti.
I poliziotti, a questo punto, sono già in vantaggio, di norma. E infatti non si smentiscono. Gol di Caruso, centravanti dai piedi piatti ma col fisico da granatiere.
Unto a dovere, Giuseppe cerca e trova le ciabatte di plastica, con suola alta un paio di centimetri. Le mette ai piedi. Afferra il suo asciugamano azzurro e si dirige al lavandino. Va a lavarsi le mani per liberarsi dall'olio residuo, mentre nello spogliatoio ristagna la puzza di canfora, che non va via se non con ricambio d'aria (“ma c'è il rischio che faccia corrente”)...
Pulite e asciugate le delicate mani da odontoiatra, inizia la vestizione, cominciando da una panciera, che egli preferisce chiamare “supporto ventrale”. Precisò un dì che l'aggeggio non serve a nascondere l'eventuale chilo superfluo, quanto piuttosto a far sì che la parte inferiore della schiena resti al caldo e che i muscoli addominali mantengano la giusta tensione durante la gara.
Caruso sigla la personale doppietta, mentre Antonelli, detto il cascamorto, fa irruzione nello spogliatoio. Butta il borsone impolverato nel solito angolo, saluta distrattamente e annuncia: “Vado al bar. Un caffè e arrivo”. San tutti che l'obiettivo, più che il caffè, è la barista, alla quale fa una corte spietata, come, del resto, a ogni donna in età lavorativa.
Giuseppe quasi lo ignora, concentrato com'è sui calzettoni. Storce il naso perché non sono stirati come vorrebbe, ma se ne fa una ragione. Messo il primo paio, e prima di infilare il secondo, sistema i parastinchi, due grosse sagome di plastica e metallo, una protezione fondamentale per le sue tibie, “perché anche se è una partita amichevole, i rischi sono sempre in agguato. Ed è proprio in gare come queste che aumenta il rischio di farsi male”. Riferisce spesso questa litania, attribuita al dottor Gandino, quello dell'Istituto di medicina sportiva, presso il quale, ogni sei mesi, Giuseppe si sottopone a rigidi esami.
Alla spicciolata arrivano gli altri. Marini, che dice di essere un cugino alla lontana dell'omonimo campione del mondo di Spagna, poi Curzi, che fa il portiere perché lo faceva già suo padre, gatto di marmo Bruschini, Marco che non ha il turno in fabbrica, Repetti, che viene a giocare pur sapendo il rischio che corre a lasciar la moglie a casa da sola... L'arrivo della truppa porta confusione, schiamazzi, aliti pesanti di chi ha cenato senza digerire, benevoli spintoni, discussioni sul fuorigioco e sulle donne.
I poliziotti sono sul 5-1, pare. Fulvio, che arriva già cambiato e poi se ne andrà senza fare la doccia, aggiorna: Caruso ha segnato di nuovo. Marco dice che lui è più forte. Bruschini conferma. Antonelli ancora non si vede: la barista non l'ha ancora mandato a stendere.
All'odore di canfora comincia ad aggiungersi la puzza di piedi di qualcuno non meglio identificato.
Giuseppe infila una canottiera piuttosto spessa e un paio di calzoncini aderenti, fin quasi al ginocchio (la mezza-tuta, come ricorda qualcuno). Poi, prende dal borsone un'altra borsina, che contiene la maglietta da gioco rossa, numero 8, e i calzoncini da gioco bianchi, anch'essi col numero 8 su un lato. Profumano di lavanderia. Li indossa con la premura che si usa quando si va dal sarto e si provano i pantaloni con l'orlo appena imbastito.
Marco è già uscito, pronto per la gara, Antonelli non si vede. Fulvio, già pronto fin da quand'era a casa, aspetta Ermanno, che arriva quasi all'ultimo ma ci mette un attimo a cambiarsi. Curzi sputa sui vecchi guantoni su cui aveva già sputato chissà quante volte suo padre.
I poliziotti dilagano, dice Roberto che, mentre racconta l'ultimo gol visto (colpo di testa di Caruso), parla al telefonino con la figlioletta che gli sta chiedendo quando arriva a casa. “Subito, subito” dice lui, mandando bacini e facendo smorfie come quello che non ne può più.
Giuseppe cerca il grasso di foca, utile ad ammorbidire le scarpe, e la scatoletta di metallo che custodisce il “necessaire” per lucidare. Una passata lieve, qualche colpetto con un apposito spazzolino, poi con un panno, e le calzature del calcetto quasi brillano come scarpe di vernice.
Quello dell'annodare è un altro rito. Giuseppe conosce più nodi che i marinai. Il migliore, assicura, è quello con doppio passaggio incrociato delle stringhe sotto la scarpa e fiocco laterale, perché anche il fiocco potrebbe incidere sull'impatto piede-pallone, quindi conviene sistemarlo nella posizione in cui meno incide sull'esito del tiro...
Alle nove meno dieci del martedì, mentre i poliziotti seppelliscono di gol i poveri infermieri, Rastelli il dentista inizia la fase di riscaldamento prepartita, nel triangolo di prato tra lo spogliatoio e il campo in terra battuta. Qualunque sia la stagione, ha una giacca della tuta, di marca, che si toglierà solo al momento della gara. Avvio con corsetta ed esercizi per le braccia, seguiti da rapidi movimenti per sciogliere le gambe, e anche per la schiena... Il tutto mentre Marco fuma, Fulvio palleggia con Bruschini, Curzi tira un pallone contro il muro dello spogliatoio e cerca di bloccarlo dopo il rimbalzo. Antonelli non si vede ancora.
Giuseppe inizia con le flessioni, in misura giusta per mostrare a se stesso che, pur avendo 49 anni, non è uno da buttare via. Poi, ecco la lunga fase degli esercizi di allungamento muscolare. Prima la gamba sinistra, poi la destra. Precisione, come quando inietta l'anestesia al paziente, immobile e a bocca aperta. Poi i piedi. Roteazione di uno e dell'altro. I ritardatari arrivano al campo. “Scusate, è colpa del traffico” dice Cavalli, giustificando anche quelli che non erano in auto con lui. Si rivede Antonelli, col volto di chi non ha battuto chiodo e uno stock di improperi destinati all'intero genere femminile.
Il capitano della squadra degli infermieri chiede a Caruso di avere pietà. Lui comprende, simula un malanno agli adduttori ed esce dal campo tra gli applausi di compagni e avversari.
Alle nove esatte, il tuttofare dell'impianto sportivo dice a poliziotti e infermieri che il loro tempo è scaduto. Avanti gli altri. Tra puntuali e ritardatari, ci sono tutti.
Roberto compone le squadre, dà vistose pettorine gialle ai più forti del gruppo e una la tiene per sé. Curzio, portiere avversario, non è contento: con lui ci sono anche 'gatto di marmo', Renato detto 'pestaghiaia' e Linetto lo zoppo, uno che non farebbe gol neanche se giocasse da solo.
Il dentista, che si accontenterebbe di qualunque compagno e qualsiasi ruolo, si scontra con la solita frase: “Ehi... siamo 6 contro 6. Tu, Giuseppe, in panchina... Mi raccomando, pronto ad entrare”. S'accomoda tra i palloni, le borracce, lo spray miracoloso che rimette in sesto gli infortunati. Alle 9.30, cullando un'illusione, inizia il riscaldamento, perché non si può entrare in campo a freddo... Corsette a bordo campo, esercizi ginnici, qualche progressione con aumento di velocità, qualche scattino, inspirazione ed espirazione. Si concentra, come se dovesse estrarre un molare.
Alle 10, la sfida finisce. Rammarico di chi ha perso, solite proteste per il rigore che non c'era, i complimenti dei trionfatori a quello là che, anche stavolta, ha fatto la squadra per vincere e c'è riuscito. “Bella partita, eh - dice Roberto, dando una pacca sulla spalla a Giuseppe – Dai, forza, doccia veloce, che si va a mangiare la pizza”.


La rivincita di Giuseppe che suona la rava

Andrea aveva aperto gli occhi e abbozzato un sorriso. Nulla più, ma era già molto, assicuravano. Anzi, era una cosa fantastica per un ragazzino in coma da mesi, ancora costretto su un letto d'ospedale. Giuseppe aveva accarezzato la sua rava e immaginato qualcosa che stava a metà tra il miracolo e lo scherzo. Rossignoli, il medico, era visibilmente soddisfatto. Gli aveva spiegato, con parole semplici, che un suono nuovo, anomalo, curioso avrebbe potuto dare impulsi e stimoli a un cervello che da tempo pareva impossibilitato a svolgere qualunque tipo di attività. Il vecchio, diffidente com'era (dei dottori, poi), non ci aveva creduto. Ma quell'abbozzo di sorriso l'aveva notato pure lui. E gli era parso splendido, un bagliore nel grigio della stanza.
Gli occhi del ragazzino si erano aperti. Per poco, ma si erano aperti. Per guardare non si sa cosa, ma si erano aperti...
Rientrando da Milano al paese, il vecchio Giuseppe s'era costruito le frasi giuste da spiattellare ai soliti amici che si burlavano di lui e del suo vezzo. “Musicoterapia”, gli aveva spiegato il medico. Ed egli ripeteva mentalmente quella strana parola, che non gli era affatto famigliare ma che sarebbe stata fondamentale per infondere importanza al discorso che avrebbe fatto ai balordi del bar. Aveva 150 chilometri di tempo per pensare a come raccontare di Andrea, del coma, del risveglio, del sorriso, della rava, anzi della 'sua' rava...
La rava... Giuseppe era conosciuto per la rava, termine dialettale per indicare la cosa con cui il vecchio suonava, pur non essendo né egli un musicista né quella uno strumento. Era una zucca, nulla più. Anzi, una qualità particolare di zucca, neppur gradita dal palato, nemmeno buona per lo stomaco. Però, se svuotata ed essiccata a dovere, si poteva trasformare in un aggeggio che emetteva un rumore strano, una mescolanza fra il trionfale della tromba e la nenia della zampogna.
Giuseppe aveva ereditato dal padre l'arte di trattare le zucche. Le tagliava in due, orizzontalmente, quindi faceva combaciare le due metà. Su un lato praticava un foro. Poi, su questo, appoggiava le labbra. Soffiava e produceva un suono, acuto se la zucca era piccola e via via sempre più basso e cupo in modo direttamente proporzionale alle dimensioni dell'ortaggio.
Giuseppe godeva nello spiegare i trucchi della rava a chi si stupiva quando lo sentiva, perlopiù in quelle feste di piazza intrise di nostalgia. I curiosi non mancavano, soprattutto tra gli impallinati di folclore, quei personaggi che considerano i contadini come pezzi da museo e che si sentono appagati solo se ogni dieci parole riescono a dire “tradizione”.
Giuseppe si compiaceva, ma li guardava con sospetto. I più, però, guardavano con sospetto lui, reputandolo una specie di saltimbanco musicale, ignorante di pentagramma e solfeggio. Al bar il culmine della presa in giro: “E' arrivato Mozart!”, annunicava il simpatico di turno.
Giuseppe, in viaggio verso la gloria, non vedeva l'ora di schiaffare in faccia ai detrattori la parola “musicoterapia”. Il vecchio ripeteva a se stesso il vocabolo astruso, benedicendo il dottor Rossignoli, che ora da Milano lo stava riportando a casa, e che un dì, in un borgo in festa, lo sentì suonare e si invaghì della buffa interpretazione, intuendone le proprietà benefiche.
“Gliela faccio vedere io a quelli là... Glielo dico, a tutti... Il bambino ha aperto gli occhi, ha sorriso... Si chiama Andrea... E' stata la rava, la 'mia' rava...”. La vettura del medico divorava chilometri, cartelli stradali, frazioni, campanili e ancora chilometri. Per Giuseppe stava arrivando il momento del riscatto. Se non avessero creduto a lui, ci sarebbe stato il dottore, professionista autorevole con tanto di laurea, a confermare. E a certificare il trionfo, il trionfo sognato da anni, atteso fin dalla prima nota emessa con la rava, tra i sorrisi canzonatori dei più. “Adesso gliela faccio vedere io, altro che Mozart”.
Dai, Giuseppe, che è ora.
Giunti al paese, il medico parcheggiò la Mercedes e il vecchio si fiondò come un fulmine verso la soglia del bar. Aveva davanti a sé la porta da spalancare alla rivincita.
Dai, Giuseppe, che è ora. Entra e digli, urlagli di Andrea. Dai.
D'un tratto, però, il vecchio si fermò.
Dai, Giuseppe...
No.
Giuseppe rimase impietrito. S'accorse all'improvviso che, in quel momento, c'era solo una cosa che poteva importargli davvero. Tornò verso l'auto e implorò a Rossignoli di riportarlo a vedere quel sorriso straordinario.
 

La laureata del fast food


Dunque, due hamburger quattro stagioni, un McSoviet gigante, un fish&nuggets, patate fritte. Bene. Da bere? Una coca media... okay... va bene, piccola... okay... e un'acqua gasata... Piccola o grande? Piccola... okay... Salse? Vuole le salse? Abbiamo vari tipi di salse, la tonnata, il ketchup e la tonno-ketchup maxi, che ha due terzi di tonnata e uno di ketchup o la tonnobaby con più ketchup che tonnata.
Ma se vuole la baby posso offrire, a un euro in più anche un'insalata primavera. Cosa c'è dentro? Insalata verde, pomodoro, mais, carote, capperi. Però se non vuole i capperi, perché non tutti vogliono i capperi, le posso togliere l'insalata e mettere con soli cinquanta centesimi in più il McPesce, bastoncini di pesce che sono buonissimi e che diamo anche in offerta nel menu-tutto-mare... anche se in realtà sono pesci di fiume... a 6 euro e venti centesimi con un bicchiere di WhiteWine, un'ottima bibita che ha il colore del vino bianco ma sa di orzata.
Se vuole il WhiteWine e non vuole la coca cola, mi dà cinque centesimi in più e avrà in offerta anche uno dei nostri gadget, il PupoPelouche, una simpatica palla di pelo che canta tutta la notte, che però può ottenere anche col super piatto freddo-caldo... un piatto celebre fin dai tempi di Napoleone. Le devo anche dire che Napoleone nacque ad Ajaccio, in Corsica, il 15 agosto 1769. Suo padre, Carlo, nel 1764 sposò Maria Teresa Ramolino, dalla quale ebbe ben 13 figli, di cui 8 sopravvissuti... Ah, sì, scusi... il suo hamburger... Mi scusi mi sono fatta prendere la mano, perché sa... sono laureata... L'unico lavoro che ho trovato è questo... part time... Che vuole...
Ah, vuole anche un DoppioBurger? Ha doppia razione di formaggio ma metà carne, oppure c'è la formaggio dimezzata e doppia carne. Se vuole, però, con tre centesimi in più, solo per questa settimana, le diamo gratis l'acqua minerale... che è addirittura di marca Fiuggi. Fiuggi è una località del Lazio, vicino ad Anagni, nota per essere la Città dei papi. Tra gli altri, qui nacque Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani che fissò i termini giuridici del primo giubileo della Cristianità. Lo sa? Ah, non lo sa? Non le interessa... Ah, sì scusi... ma l'essermi laureata deve servirmi a qualcosa, no?
Gradisce il McSuperFish&Chips. Lo vuole? Allora, senta, facciamo così. Io le consiglio di prendere, per 6 euro e 50 patatine grandi, filettino di pollo piccolo, salsa tartara e poi la SuperUova, una maionese molto buona che però può andare bene anche con l'insalata TuttiGusti, che da sola costa 5 euro, ma con l'aggiunta di McPolpettina costa solo 5,20 euro, quindi in pratica lei risparmia almeno almeno 3 euro.
Faccio il conto? Se lei valuta il trend economico negli ultimi anni, noterà certamente che, su scala non solo nazionale ma anche mondiale, nel computo globale del primo trimestre 2005, raffrontato con lo stesso periodo dell'anno precedente, l'andamento dei mercati non ha subìto eccessive variazioni, anche se valutando attentamente l'indice Mibtel potrebbe evincersi che... Sì, sì... ho capito! Ha fame, ha fame! Ma io sono laureata! Cinque anni di università, un master a Londra...
Mi dica solo se vuole la maionese, la tonnata, il McBello, che è un panino gradevole anche nell'aspetto oltre che nel gusto, mi dica se nella coca cola vuole il ghiaccio... Lo sa che il ghiaccio non può andare a fondo in un bicchiere anche se bisogna specificare che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del liquido spostato. E' il teorema di Archimede, ben diverso dal teorema di Euclide che mi permetto di enunciare: in un triangolo rettangolo il quadrato costruito su un cateto è equivalente al rettangolo che ha per dimensioni la sua proiezione sull'ipotenusa e l'ipotenusa stessa. Corso di laurea in geometria... ecco allora che, a tal proposito, le posso proporre il Panombo, il panino fatto a rombo: se gradisce, abbiamo il menu McRombo con mortadella, salsa rosa... Rosa... Dico rosa e mi viene in mente rosa rosae rosae, prima declinazione latina. Vuole un paio di verbi irregolari? Sono laureata, ho studiato tutto.... tutto... tutto... Mi sono fatta un mazzo così... cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di superiori, cinque di università, master all'estero, corso di informatica, parlo inglese, francese, un po' di spagnolo, ho una specializzazione in economia... E lei? Lei ha fame. La capisco... Lei è qui perché ha fame. Ma a me... vuole che le dica? Non-me-ne-fre-ga-nien-te!!! Io ho sono laureata... voglio fare una cosa che so fare e per la quale ho studiato tanto... No, no... parlo... stia zitto lei e faccia tacere anche i suoi bambini, che cominciano a diventare noiosi... Ma che giocattoli, che gadget, che cappellini, magliette e palloncini... Ma finitela!... No, no... non sono nervosa... NON SONO AFFATTO NERVOSA! So tutto... mi chieda la lunghezza dei fiumi, la dimensione dei laghi, i fondamenti di economia, la declinazione del verbo Eurisko, la capitale della Tanzania, l'apparato digerente della tartaruga, gli elementi di algebra, la temperatura della superficie antartica, lo statuto dei lavoratori, l'anno di nascita di Domenico Bigordi, detto Il Ghirlandaio... E' un pittore! Un pittore! E' nato nel 1449... Non sapete un emerito cacchio, voi! Voi volete solo mangiare! Anch'io se sono qui, malgrado la laurea, il master, gli studi, il mazzo che mi sono fatta è perché devo mangiare.... Devo mangiare... devo mangiare anch'io...


Il paese del salame


“Questo è il paese del salame: a chi entra passa fame”. Stava scritto così sul cartello d'ingresso di Salumopoli, tanto per fare capire dove si era arrivati. Un borgo curioso, senza dubbio saporito. Il più ricco era stato elevato al grado di prosciutto crudo e un po' se la tirava: veniva da Parma, si credeva un parmigiano, senza essere formaggio. Un suo parente, sempre innamorato, era cotto. Il lardo era giudicato un balordo. La Bologna si lagnava delle rotondità: si sarebbe accontentata di un po' di pancetta, invece, manco fosse Torino, era costretta a convivere con la sua mole. Non si piaceva affatto e spesso cercava conforto dal suo amico fidato: “Speck, speck delle mie brame, chi è la più bella del reame del salame?”. Gli amici, si sa, se sono fidati, dicono sempre il vero: “Del reame la più bella non è certo salamella; chiamasi Rosa oppure Paola, la migliore è la bresaola”. Una sentenza non condivisa unanimemente però, perché nel democratico paese del salame c'era chi, per esempio il culatello, preferiva la finocchiona, con buona 'pacs' di tutti, anche della salsiccia che, dice la storia, più che drizzarsi spesso s'arriccia. Nel paese del salame, lo zampone odiava il Natale, il cacciatorino non sparava, la soppressata stava comunque in vigore, il cicciolo sembrava sempre di-strutto e, in tempo di gare, tutti entravano in competizione per farsi la coppa (non necessariamente avvenente ma, in ogni caso, disponibile). C'erano libri sugli antenati che raccontavano di maiali, c'era chi si suicidava con l'affettatrice e a chi suscitava brutte impressioni veniva detto: “Hai fatto proprio la figura dell'uomo”. Il cavalier Salamoni, supremo capo del Gran consiglio, confortato dai sondaggi, assicurava che a Salumopoli non s'era mai stato così bene. Ma, quando s'andò al voto, venne, seppur di poco, sconfitto da un mortadella. E tanti salumi.

 

Giuseppe e la rava

Andrea aveva aperto gli occhi e abbozzato un sorriso. Nulla più, ma era già molto, assicuravano. Anzi, era una cosa fantastica per un ragazzino in coma da mesi, ancora costretto su un letto d'ospedale. Giuseppe aveva accarezzato la sua rava e immaginato qualcosa che stava a metà tra il miracolo e lo scherzo. Rossignoli, il medico, era visibilmente soddisfatto. Gli aveva spiegato, con parole semplici, che un suono strano avrebbe potuto dare impulsi e stimoli a un cervello che da tempo pareva impossibilitato a svolgere attività. Il vecchio, diffidente com'era (dei dottori, poi), non ci aveva creduto. Ma quell'abbozzo di sorriso l'aveva notato pure lui. E gli era parso straordinario.
Gli occhi del ragazzino si erano aperti. Per poco, ma si erano aperti. Per guardare non si sa cosa, ma si erano aperti...
Rientrando da Milano al paese, il vecchio Giuseppe s'era costruito le frasi giuste da spiattellare ai soliti amici che si burlavano di lui e del suo vezzo. “Musicoterapia” gli aveva spiegato il medico. Ed egli ripeteva mentalmente quella strana parola, che era complicata ma che sarebbe stata fondamentale per infondere importanza al discorso che avrebbe fatto ai balordi del bar. Aveva 150 chilometri di tempo per pensare a come raccontare di Andrea, del coma, del risveglio, del sorriso, della rava, anzi della 'sua' rava...
La rava... Giuseppe era conosciuto per la rava, termine dialettale per indicare una cosa con la quale suonava, pur non essendo né lui un musicista né quello uno strumento. Era una zucca, nulla più. Anzi, una qualità particolare di zucca, neppur buona per lo stomaco. Però, se svuotata ed essiccata a dovere, si trasformava in un aggeggio che emetteva un rumore strano, una mescolanza fra il trionfale della tromba e la nenia della zampogna.
Giuseppe aveva ereditato dal padre l'arte di trattare le zucche. Le tagliava in due, orizzontalmente, quindi faceva combaciare le parti uguali. Su un lato praticava un foro. Poi, su questo, appoggiava le labbra. Soffiava e produceva un suono, acuto se la zucca era piccola e via via sempre più basso e cupo in modo direttamente proporzionale alla grandezza dell'ortaggio.
Giuseppe godeva nello spiegare i trucchi della rava a chi si stupiva quando lo sentiva esibirsi, perlopiù in quelle feste di piazza intrise di nostalgia. I curiosi non mancavano, soprattutto tra gli impallinati di folclore, quei personaggi che considerano i contadini come pezzi da museo e che si sentono appagati solo se ogni dieci parole riescono a dire “tradizione”.
Giuseppe si beava, ma li guardava con sospetto. I più, però, guardavano con sospetto lui, reputandolo una specie di saltimbanco musicale, ignorante di pentagramma e solfeggio. Al bar il culmine della presa in giro: “Sta arrivando Mozart!”, annunciava il simpatico di turno.
Giuseppe, in viaggio verso la gloria, non vedeva l'ora di schiaffare in faccia ai detrattori la parola “musicoterapia”. Il vecchio, tra sé, ripeteva il vocabolo astruso, benedicendo il dottor Rossignoli, che ora da Milano lo stava riportando a casa, e che un dì, in un borgo in festa, lo sentì suonare e si invaghì della buffa interpretazione.
“Gliela faccio vedere io a quelli là... Glielo dico, a tutti... il bambino ha aperto gli occhi, ha sorriso.... Si chiama Andrea... è stata la rava, la 'mia' rava...”. La vettura del medico divorava chilometri, cartelli stradali, frazioni, campanili e ancora chilometri. Per Giuseppe stava arrivando il momento del riscatto. Se non avessero creduto a lui, ci sarebbe stato il dottore, persona autorevole con tanto di laurea, a confermare. E a certificare il trionfo, il trionfo sognato da anni, atteso fin dalla prima nota emessa con la rava, tra i sorrisi canzonatori dei più. “Adesso gliela faccio vedere io, altro che Mozart”. Dai, Giuseppe, che è ora.
Giunti al paese, il medico parcheggiò la Mercedes e il vecchio si fiondò come un fulmine verso la soglia del bar. Aveva davanti a sé la porta da spalancare alla rivincita. Dai, Giuseppe, che è ora, entra e digli, urlagli di Andrea. Dai.
D'un tratto, però, il vecchio si fermò. Dai, Giuseppe... No. Rimase impietrito. S'accorse all'improvviso che, in quel momento, c'era solo una cosa che poteva importargli. Tornò verso l'auto e implorò a Rossignoli di riportarlo a vedere quel sorriso straordinario.

L'ignoranza è una brutta bestia



Sì, sì, sì, sì... signora mia, non me ne parli... C'è in giro tanta di quella ignoranza che c'è da aver paura a uscire di casa... Non c'è più la cultura che c'era una volta... E anche la classe politica non è più quella di una volta... Che poi, adesso, che classe e classe... di politici che hanno classe ce ne sarà uno o due... Gli altri... altro che classe... ci sarà chi non è neanche andato a scuola. Eh, l'ignoranza è una brutta bestia.
Che poi io non capisco tutta sta polemica su Berlusconi che ha tre televisioni. Anche io, che non sono mica ricca come lui, ne ho due, così mentre mio marito Ginetto guarda lo sport, io vedo qualcosa di culturale... quello là... quello che ha il nome latino... Ecco, Amadeus...
Ho sentito che vogliono mandare Retequattro sul satellite. Povero Emilio Fede... fin là sopra... così lontano... come faremo a sentirlo? Poverino... dovrà andare a lavorare con l'astronave....
Ma lo sa signora che quando c'era l'aviaria... uh, che brutta malattia... Lo sa che quando c'era l'aviaria, Lamberto Sposini ha rosicchiato un pollo in diretta, durante il telegiornale? Non trova sia un bell'uomo, Sposini? Sa che il giorno del matrimonio del Lamberto, gli sposini erano due?
Os sì, sì, sì, sì... signora mia.
Comunque a Sposini, quando c'era l'aviaria.... gli hanno fatto rosicchiare una coscia di pollo in diretta al Tg5. Poi hanno chiesto a Fede di fare la stessa cosa in diretta al Tg4. E l'Emilio... bell'uomo... ha risposto: “Ma io, anziché rosicchiare la coscia, non posso leccare il culo come ho sempre fatto?” Che parole brutte... signora mia... leccare....
Che poi anche sta cosa dell'aviaria che fa male... Ma in Italia mica esiste, vero? In Italia le uniche cose che volano e che hanno problemi sono gli aerei dell'Alitalia... Io ho paura che qualche volta i piloti, che sono sempre in sciopero, comincino l'astensione dal lavoro quando sono in volo.
Che posi sta aviaria... colpisce gli uccelli piccoli... mio marito Ginetto è preoccupato... ha ragione.
Eh sì, sì, sì, sì, signora mia... Io dico che certe cose è meglio saperle, perché l'ignoranza è una brutta bestia.
Ho capito perché gli exit poll delle elezioni danno sempre dei problemi... sarà l'aviaria... Ma dico io: fateli un'altra volta sti exit poll, non quando c'è l'aviaria... E poi, ho sentito io... la forchetta del tre per cento, la forchetta del due per cento... è proprio vero che sti politici pensano solo a mangiare.
Io seguo sempre la politica perché mi piace, in particolare Rutelli. E allora dico a sti politici: ma fate qualcosa per il Paese! Per noi! E togliere un po' di tasse, no? Eh sì, sì, sì, sì signora mia. Sa quanto pago di Ici? Sa quanto pago di tassa sui rifiuti? E pensi, signora, che i rifiuti li metto io...
Eh, l'ignoranza è una brutta bestia.
Manuela Arcuri non sta più con il campione di scherma Aldo Montano, ma è tornata col calciatore Francesco Coco... l'hanno vista su una spiaggia, urlava 'Coco bello, Coco fresco'. Che, poi, signora mia, sta Manuela Arcuri è mica tutta sta specialità... Come la Ferilli. Ma lo sa che la Ferilli ha il seno finto? E' tutta gonfia. Lo sa che la Ferilli è andata a fare un corso di sub ma ha dovuto smettere? Tutta gonfia com'è, non riuscita proprio ad andare sott'acqua.
L'ho letto sul giornale, perché sa... io mi tento informata: l'ignoranza è una brutta bestia. E poi, tra l'altro, non è che ha fatto un corso di sub speciale: era un sub normale.
Mio marito Ginetto dice che io non potrei mai fare un corso di sub perché non riuscirei a stare zitta neppure sott'acqua. Eh beh... che sarà mai... al limite bevo un po'... Che poi lui, il Ginetto, beve, sa? Me ne accorgo dall'alito. Piomba in casa una nuvola di odore, poi dopo 4 o 5 minuti arriva lui.
Dice che beve per dimenticare. Gli chiedo: dimenticare che cosa? Non si ricorda. Gli ho anche detto: Ginetto, vai in farmacia a farti dare le pastiglie per la memoria. Niente: si è dimenticato di andare.
Eh, l'ignoranza è una brutta bestia. Lo sa signora che io so tutte le regioni italiane a memoria? Le ho imparate guardando la trasmissione dei pacchi. Io l'ho detto a mio marito... quasi quasi vado anch'io in trasmissione, chissà che non trovi il pacco giusto che fa per me. Se aspetto lui...
Guardi qua... Ha letto, signora? Jacky Elkann, il nipote di Agnelli, si è sposato e adesso aspetta un maschietto. Suo fratello Lapo, invece, il maschietto l'ha già trovato... Anzi, ne avrà trovati per così...
Mi scusi, signora, se lo dico, ma con la storia di Lapo ci sono davvero rimasta male... che figura... E alla Fiat, poi... che vergogna, che vergogna... Non pensavo mai più che, dopo aver immesso sul mercato una macchina come la Multipla, alla Fiat avessero un altro motivo per vergognarsi...
Io certe cose le so, perché l'ignoranza è una brutta bestia. Per questo io mi tengo informata... leggo tutto... E lei, ha letto le notizie sulla Fattoria, il reality show? A me piace proprio Katia Ricciarelli... ha la sua età ma è pur sempre una bella donna. Come? Dice che ha sempre avuto un bel tenore di vita? No, ma che tenore, signora, lei è un soprano.
E poi, signora mia, là alla Fattoria non se la passano mica troppo bene... hanno poco da mangiare... il cibo è un problema... ha ragione chi dice che c'è la fame nel mondo... Ma io penso che per la Ricciarelli non sia un problema, perché a lei gli alimenti li passa Pippo Baudo.
Es sì, sì, sì', sì... signora mia l'ignoranza è una brutta bestia. E mio marito è un ignorante con la patente. Ma lo sa che l'altro giorno ha sentito il Tg1 che parlava del caro greggio, e lui, il Ginetto, ha detto: 'Se il Greggio costa così caro, chissà quanto bisogna pagare per portarsi a letto la Hunziker?'.
Ceh poi, dico... così avrà la Hunziker più di me, me che non mi deve neanche pagare... ubriaco di un ubriaco,,, Guarda, caro mio, gli ho detto, che devi smetterla di bere... basta col Cynar, col Punt e Mes, con l'Amaro 18 Isolabella... devi smetterla... perfino la Hunziker ha lasciato perdere il Ramazzotti.
Eh signora mia... Eh, l'ignoranza è una brutta bestia...

 

 

 

La laureata del fast food
(monologo)

Dunque, due hamburger quattro stagioni, un McSoviet gigante, un fish&nuggets, patate fritte. Bene. Da bere? Una coca media... okay... va bene, piccola... okay... e un'acqua gasata... Piccola o grande? Piccola... okay... Salse? Vuole le salse? Abbiamo vari tipi di salse, la tonnata, il ketchup e la tonno-ketchup maxi, che ha due terzi di tonnata e uno di ketchup o la tonnobaby con più ketchup che tonnata.
Ma se vuole la baby posso offrire, a un euro in più anche un'insalata primavera. Cosa c'è dentro? Insalata verde, pomodoro, mais, carote, capperi. Però se non vuole i capperi, perché non tutti vogliono i capperi, le posso togliere l'insalata e mettere con soli cinquanta centesimi in più il McPesce, bastoncini di pesce che sono buonissimi e che diamo anche in offerta nel menu-tutto-mare... anche se in realtà sono pesci di fiume... a 6 euro e venti centesimi con un bicchiere di WhiteWine, un'ottima bibita che ha il colore del vino bianco ma sa di orzata.
Se vuole il WhiteWine e non vuole la coca cola, mi dà cinque centesimi in più e avrà in offerta anche uno dei nostri gadget, il PupoPelouche, una simpatica palla di pelo che canta tutta la notte, che però può ottenere anche col super piatto freddo-caldo... un piatto celebre fin dai tempi di Napoleone. Le devo anche dire che Napoleone nacque ad Ajaccio, in Corsica, il 15 agosto 1769. Suo padre, Carlo, nel 1764 sposò Maria Teresa Ramolino, dalla quale ebbe ben 13 figli, di cui 8 sopravvissuti... Ah, sì, scusi... il suo hamburger... Mi scusi mi sono fatta prendere la mano, perché sa... sono laureata... L'unico lavoro che ho trovato è questo... part time... Che vuole...
Ah, vuole anche un DoppioBurger? Ha doppia razione di formaggio ma metà carne, oppure c'è la formaggio dimezzata e doppia carne. Se vuole, però, con tre centesimi in più, solo per questa settimana, le diamo gratis l'acqua minerale... che è addirittura di marca Fiuggi. Fiuggi è una località del Lazio, vicino ad Anagni, nota per essere la Città dei papi. Tra gli altri, qui nacque Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani che fissò i termini giuridici del primo giubileo della Cristianità. Lo sa? Ah, non lo sa? Non le interessa... Ah, sì scusi... ma l'essermi laureata deve servirmi a qualcosa, no?
Gradisce il McSuperFish&Chips. Lo vuole? Allora, senta, facciamo così. Io le consiglio di prendere, per 6 euro e 50 patatine grandi, filettino di pollo piccolo, salsa tartara e poi la SuperUova, una maionese molto buona che però può andare bene anche con l'insalata TuttiGusti, che da sola costa 5 euro, ma con l'aggiunta di McPolpettina costa solo 5,20 euro, quindi in pratica lei risparmia almeno almeno 3 euro.
Faccio il conto? Se lei valuta il trend economico negli ultimi anni, noterà certamente che, su scala non solo nazionale ma anche mondiale, nel computo globale del primo trimestre 2005, raffrontato con lo stesso periodo dell'anno precedente, l'andamento dei mercati non ha subìto eccessive variazioni, anche se valutando attentamente l'indice Mibtel potrebbe evincersi che... Sì, sì... ho capito! Ha fame, ha fame! Ma io sono laureata! Cinque anni di università, un master a Londra...
Mi dica solo se vuole la maionese, la tonnata, il McBello, che è un panino gradevole anche nell'aspetto oltre che nel gusto, mi dica se nella coca cola vuole il ghiaccio... Lo sa che il ghiaccio non può andare a fondo in un bicchiere anche se bisogna specificare che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del liquido spostato. E' il teorema di Archimede, ben diverso dal teorema di Euclide che mi permetto di enunciare: in un triangolo rettangolo il quadrato costruito su un cateto è equivalente al rettangolo che ha per dimensioni la sua proiezione sull'ipotenusa e l'ipotenusa stessa. Corso di laurea in geometria... ecco allora che, a tal proposito, le posso proporre il Panombo, il panino fatto a rombo: se gradisce, abbiamo il menu McRombo con mortadella, salsa rosa... Rosa... Dico rosa e mi viene in mente rosa rosae rosae, prima declinazione latina. Vuole un paio di verbi irregolari? Sono laureata, ho studiato tutto.... tutto... tutto... Mi sono fatta un mazzo così... cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di superiori, cinque di università, master all'estero, corso di informatica, parlo inglese, francese, un po' di spagnolo, ho una specializzazione in economia... E lei? Lei ha fame. La capisco... Lei è qui perché ha fame. Ma a me... vuole che le dica? Non-me-ne-fre-ga-nien-te!!! Io ho sono laureata... voglio fare una cosa che so fare e per la quale ho studiato tanto... No, no... parlo... stia zitto lei e faccia tacere anche i suoi bambini, che cominciano a diventare noiosi... Ma che giocattoli, che gadget, che cappellini, magliette e palloncini... Ma finitela!... No, no... non sono nervosa... NON SONO AFFATTO NERVOSA! So tutto... mi chieda la lunghezza dei fiumi, la dimensione dei laghi, i fondamenti di economia, la declinazione del verbo Eurisko, la capitale della Tanzania, l'apparato digerente della tartaruga, gli elementi di algebra, la temperatura della superficie antartica, lo statuto dei lavoratori, l'anno di nascita di Domenico Bigordi, detto Il Ghirlandaio... E' un pittore! Un pittore! E' nato nel 1449... Non sapete un emerito cacchio, voi! Voi volete solo mangiare! Anch'io se sono qui, malgrado la laurea, il master, gli studi, il mazzo che mi sono fatta è perché devo mangiare.... Devo mangiare... devo mangiare anch'io...

ásu


Patatine (una fiaba moderna)


Nella mensa della scuola, tutti i giorni stessa scena. Quando è ora di mangiare, i bambini urlano in un solo coro: “Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”. E' sempre così.
“Questa minestra fa schifo” brontola Paolino. Incrocia le braccia e fa la faccia più brutta che si possa immaginare. Le guance si gonfiano, il naso s'arriccia, la fronte è un accavallarsi di rughe. Poi guarda in basso, i sopraccigli quasi gli crollano sugli occhi, il labbro inferiore sembra penzolare, come non ne volesse sapere di tornare a disegnare un sorriso.
Paolino all'ora di pranzo non sorride mai. “Questa minestra fa schifo!”. Ma anche il poloo fa schifo, anche la bistecca. Tutto gli fa schifo, quando si siede a tavola. Tutto, tranne le patatine fritte. (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”). A Giorgio non piace il formaggino; a Riccardo la marmellata; Francesca odia gli spinaci, anche se non li ha mai assaggiati; Lorenzo dice che la verdura gli fa salire la febbre a quaranta; Marta non mangia le polpette, ma neanche il pesce, e poi le uova...; Alice urla se c'è la frittata... Solo patatine fritte: tutti vogliono solo le patatine fritte (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”).
La maestra non sa più che fare e la cuoca Rosina è disperata. Lei mette tanto amore nel preparare ogni ricetta, ma nessun bambino apprezza. Solo il bidello è contento: quello che gli altri avanzano, se lo pappa tutto lui. Ha un pancione che sembra un mappamondo e non trova vestiti della sua misura.
Ma i bambini: niente. (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”).
La maestra ha raccontato che in Africa si muore di fame, provando così a convincere le piccole pesti. Niente. Niente: tutto inutile. (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”). Ha anche spiegato che un corpo, per crescere sano, ha bisogno di proteine, carboidrati, vitamine, fibre... insomma, di un'alimentazione varia e corretta... Ha detto che la verdura fa bene, che la carne è necessaria, che le patatine sono buone (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”), ma che non si può vivere solo con queste.
Niente, Niente da fare. (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”).
La cuoca è triste. Tanto impegno e tanto studio sui libri di ricette: tutto inutile. I bambini non sono mai contenti di quello che prepara. Vogliono solo le patatine.
E così, anche stavolta, Rosina, delusa per un altro piatto rifiutato, comincia a sbucciare patate per fare contenti i mocciosi, Sbuccia, lava e taglia... sbuccia, lava e taglia... fino a che il fondo enorme della padella non è completamente coperto da giallissimi pezzetti, pronti da friggere.
“Ma perché tutti i bambini vogliono soltanto voi? Cosa avete di così speciale?” domanda Rosina alle patatine, senza sperare di ottenere risposta.
Ma, talvolta, in cucina succedono cose veramente strane. E allora, mentre nel salone della mensa l'urlo continuo incessante (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”), una delle patate, Renata la capo patata, salta in piedi e , vedendo Rosina in lacrime, lancia una proposta alle altre: “Ehi, colleghe patate: è giunto il momento di fare qualcosa”. “E cosa?” chiede Vanda la patata domanda. “Non vorrai mica farci faticare?” obietta Ramona la patata pigrona, amica di Franca la patata stanca, che sbadiglia svogliata. “Basta solo applicarci un po' e, con un pizzico di magia, sarà un pranzo speciale” risponde Renata, trovando il sostegno di Federica la patata amica, di Roberta la patata esperta, mentre Iva la patata attiva comincia a mettersi al lavoro. Maria Rosa la patata ingegnosa e Lea la patata idea hanno una proposta straordinaria: “Ragazze, tutte noi patate manterremo la forma di patata, che tanto piace ai bambini, ma avremo un gusto diverso”. Vanda la patata domanda, ovviamente, chiede come si fa. Il quesito è immediatamente girato a Nicoletta la patata maghetta che, forte dei suoi poteri, e con l'aiuto di Beatrice la patata prestigiatrice, comincia la trasformazione.
Un colpo di bacchetta magica su ogni patata e.... in men che non si dica, cento patate diventano al sapore di minestrone, altre cento prendono il gusto di pollo, di tacchino, di coniglio... e poi ci sono le patate-insalata, le patate-spinaci, perfino le patate col gusto di mela e col gusto di fragola...
Rosina, sempre più triste, accende il fornello e fa friggere, rassegnandosi ad accontentare anche stavolta i bambini (“Pa-ta-ti-ne, pa-ta-ti-ne!”) e ignorando la grande trasformazione in atto.
In pochi minuti, un piattone straordinario di patate. Ma nessuna patata ha il sapore di patata. In quei centimetri croccanti, indorati dall'olio, ci sono le proteine della carne e delle uova, le fibre delle verdure, le vitamine della frutta...
I bambini, entusiasti alla vista della portata tanto desiderata, si buttano a capofitto e, afferrando con le mani, mangiano a volontà.
E, sarà per la foga, sarà per la magia, ma nessuno, davvero nessuno di quei ragazzini capricciosi si accorge del gusto cambiato, perché, in realtà, non divora patate ma minestra e carne, pesce e formaggio.... Roba da leccarsi i baffi. E' un'abbuffata degna delle occasioni migliori... e nessuno che che pensa quanto l'apparenza, talvolta, può ingannare.
Rosina non potrà mai sapere del prodigio delle sue patate, perché se i cuochi hanno segreti che non si possono rivelare, anche le magie ne devono conservare alcuni.
Quelle delle patate, poi, devono essere formule magiche ben strane, visto che si sviluppano sotto terra, là dove nessuno può né vedere né, quindi, capire cosa accade.
Ah, un'ultima cosa: Paolino dovrebbe imparare che non si dice “fa schifo”, ma, tutt'al più, “non mi piace”. Questione di educazione. Potessimo, gliela faremmo insegnare da Ginestra la patata maestra... ma chissà dove sarà finita....

ásu


Oleg ritorna sempre a Mosca


“Oggi il dollaro vale 22 rubli, la temperatura registrata a Mosca è di 24 sotto zero, si prevede un abbassamento della pressione atmosferica con possibili nevicate per tutto l'arco della giornata. Stanotte sono morte di freddo tre persone”.
Oleg potrebbe leggere queste poche righe diramate, anche stamattina, dall'agenzia Interfax. Le potrebbe leggere perché, almeno stanotte, non è fra quelle tre persone che al rigore dell'inverno russo non sono sopravvissute. Le potrebbe leggere se fosse davanti a un computer, al caldo di un ufficio. Le potrebbe ascoltare se avesse un televisore o, almeno, una radio. O, magari, un amico in grado di informarlo.
Nulla. Oleg non ha nulla. Né tivù, né radio, né amici.
Oleg è un bomzh, acronimo usato dalla polizia sovietica per indicare i senza dimora, quelli che, abbiano o no la barba, sono liquidati come barboni. Fare il barbone non è il massimo delle aspirazioni. Farlo a 24 sotto zero è una sciagura che si aggiunge a una disgrazia.
Ci si abitua dopo un po', commenterà qualcuno al cospetto di un caminetto ardente. Di certo, fino ad ora, ci si è abituati ai bollettini di Inferfax e ai bilanci di ogni fine inverno. L'ultimo ricorda che, fra gli ultimi mesi del 2001 e l'inizio del 2002, i bomzh andati all'altro mondo sono stati 399. 399 colleghi di Oleg che, se è ancora qui, è solo perché non è troppo anziano da arrendersi, ha una fibra tutto sommato tenace e conosce piccoli stratagemmi che lo preservano, almeno in parte, dalle stilettate del vento e dalle pugnalate del ghiaccio. E perché, nei giorni in cui la temperatura era precipitata di brutto, Oleg era finito in ospedale, causa congelamento. Non sarebbe neppure dovuto arrivare in corsia, a dire il vero, perché la sanità non assiste chi è sprovvisto della registrazione che certifica la residenza. E i documenti non si possono ottenere se non si ha una casa, che non si può avere senza soldi, che si possono guadagnare solo col lavoro. Ma un lavoro si ha solo con la registrazione. Oleg, oltre a non avere tivù, radio e amici, non ha nemmeno nulla di tutto questo. Oleg ha solo trovato un paio di volontari di un'associazione benefica che, vistolo tramortito e rantolante all'angolo di una strada buia, anziché lasciarlo morire come ha fatto la gran parte dei passanti, hanno contattato un medico generoso che, per una volta, se n'è fottuto della normativa vigente e alle ragioni della legge ha fatto prevalere quelle dell'anima.
Si è tenuto Oleg, clandestinamente, in reparto, restituendolo dopo cinque giorni al ghiaccio della città, dopo avergli amputato qualche falange assiderata e incancrenita, ma preservandogli quel braccio che, invece, un infermiere senza scrupoli avrebbe voluto tranciargli di netto “così non tornerà più a infastidirci. Intanto cosa se ne fa la società di uno così?”.
Alla domanda il medico non ha trovato risposta. Per evitare problemi ulteriori, ha congedato Oleg, dopo avergli offerto una doccia calda utile per cancellare, almeno in parte, lo sporco del passato, e due maglioni spessi, necessari a garantirgli, almeno un po', la sopravvivenza nel futuro.
Se Oleg può ancora sfidare il ghiaccio è per quei giorni in ospedale e i due maglioni nuovi. E così, ancora per un po', eviterà di finire in una delle fosse comuni dove vengono buttati, senza grazia né preghiera, tutti i cadaveri raccattati per strada, spesso da quelli della nettezza urbana, che poi lo fanno sapere agli uffici competenti, presso i quali Interfax va ad attingere le notizie.
Quasi tutti i morti vengono sotterrati, così come prelevati, senza convenevoli. Non c'è un nome, una lapide, una data, un fiore a ricordarli: solo quei numeri diramati dall'agenzia. E il peggio è che queste cifre non riescono a sorprendere nessuno.
Il destino di Oleg, a Mosca, è simile a quello di centinaia di persone, tutte bomzh. Tutte sporche, lerce, con le mani luride, per non dire delle unghie e dei denti, che non sanno sorridere perché non hanno motivi per farlo. Molti sono con la barba ingiallita, i capelli unti, che si fanno beffa di copricapi di pelo o di lana, trovati in chissà quale bidone. E poi maglioni o giubbe, ricettacolo di germi e pidocchi, pantaloni lisi, scuri non si sa quanto per il colore del tessuto, quanto per la sporcizia. Il resto sono scarponi di terza mano e guanti a brandelli.
I bomzh sono così. Di norma rannicchiati, per fare in modo che il corpo tragga calore da se stesso e che gli atomi di tepore vengano dispersi il meno possibile. Li trovi sulle panchine alle fermate dei bus, o su quelle tra la brina dei giardini, dove chi transita lo fa con passo rapido e sguardo fisso in avanti. E' opinione diffusa che soccorrere un bomzh sia una delle cose più inutili. Tutt'al più si lasciano cadere cinque rubli vicino a lui, perché è più sbrigativo e, con poco, ci si può mettere a posto la coscienza. E pazienza se quell'uomo, che a vederlo da lontano pare un mucchio di stracci, non li potrà raccogliere perché è già pronto per la fossa comune e per Interfax.
Oleg è finito così, senza quasi accorgersene. Era uno dell'esercito, uno di quelli che avrebbe voluto combattere per la Patria, senza mai sapere bene quale fosse il fine della sua missione, quale l'impresa da compiere o la terra da conquistare. Nelle notti di guardia, Oleg fissava le stelle del cielo e sognava le stellette sulla giubba, gli onori, la gloria. Sperava di finire nel novero dei grandi condottieri, attendeva, “per fargliela vedere”, un nemico che non arrivava o che forse non c'era o che, se c'era, chissà dove stava.
Poi la sua battaglia è finita, senza neppure iniziare, quando la vecchia Urss ha cambiato nome, estirpato le radici più rosse e cominciato a guardare all'Ovest. Gorbaciov ha preteso il disarmo, ha smantellato l'esercito e Oleg ha deposto il fucile senza riuscire a trovare un altro arnese da maneggiare. Quando è finita la guerra fredda di tutti ha preso avvio, a piccoli passi, la sua guerra col freddo. Sembrerebbe incredibile se non si tenesse conto di sprechi, investimenti sbagliati, di truffe immobiliari, di una disoccupazione arrivata nell'età in cui la 'riconversione nel mondo del lavoro' è solo teoria, tanto più in una Russia spietata dove cominciare a odorare la disgrazia equivale a imboccare la via del non ritorno. E a ritrovarsi in mezzo a una strada ci si mette molto poco, specie se ci si perde nell'abuso di alcolici o se, dopo affari andati male, per poca accortezza o per consigli sbagliati, l'unico riparo garantito è una baracca lontano dalla città, dove pochissimi vanno a vivere perché a Mosca, almeno, qualcuno che lascia cadere cinque rubli c'è. E poi nella metropoli si possono raccogliere bottiglie vuote, che vengono mal pagate da chi le ricicla, e se si è in forze si possono scaricare casse di verdura al mercato, svuotare i treni merci. Infine non mancano in cassonetti in cui frugare.
Se tutto va per il verso giusto, a fine giornata si ha il corrispettivo di venti dollari in tasca e una flebile speranza di vita, il che presuppone che si sia trovata gente generosa o generosi bidoni dell'immondizia. Col denaro, qualcosa da mangiare si recupera, ammesso che non lo si sprechi nel bere, che contribuirà a far sopportare il freddo, ma anche ad alimentare la cirrosi e ad aggiungere un malanno alle malattie congenite che un bomzh, inevitabilmente, porta con sé.
Malattie che nessuno cura e che ti portano, magari non oggi ma domani probabilmente, su quella lista di Interfax che neppure commuove. Oleg resiste, per quel medico, i maglioni nuovi, indossati uno sull'altro, qualche rublo trovato miracolosamente. Ogni tanto va a coricarsi sulle griglie dei condotti d'aria della metropolitana. Da lì esce qualcosa che pare calore e che, comunque, è sempre meglio della neve che imbianca la città e del ghiaccio che la cinge d'assedio. Alcune stazioni della metro di Mosca sono un capolavoro d'arte: ci vanno i turisti ad ammirarle, pagando per divertirsi. I bomzh restano in superficie, a carpire le briciole di caldo, finché dura, sperando di essere ignorati. Perché, a volte, chi si accorge di loro sono pochi misericordiosi, ma più spesso gli skinheads che picchiano duro, senza motivo, o gli agenti chiamati a ripulire la città: accade spesso prima di eventi sportivi, politici, militari, mondani, quando Mosca ha bisogno di mostrarsi al mondo coi lustrini, tirata a lucido. I bomzh allora finiscono su camion spartani, che li scaricano a un centinaio di chilometri dal Cremlino, in mezzo alla campagna, lontano dalle telecamere e dai turisti, dove non possono creare problemi e danneggiare l'immagine.
Oleg il tragitto lo conosce bene. C'è finito quattro o cinque volte laggiù, buttato in una specie di discarica. Qualche suo compagno non ha fatto ritorno, perché se il freddo è tremendo a Mosca, in periferia può essere mortale, anche se Interfax non lo farà mai sapere. D'altronde le sue competenze finiscono ai raccordi della superstrada.
Oleg rientra sempre a Mosca. Un po' trascinando gli scarponi, un po' coi treni, da clandestino, sperando in controllori compiacenti. Oleg rientra sempre a Mosca, città di storia e di fascino, ma che può essere crudele e bestiale. Il dollaro vale 22 rubli, la temperatura è di 24 sotto zero, si prevedono nevicate in giornata, e tre persone, anche la notte scorsa, sono morte per il freddo. Oleg non legge il dispaccio dell'agenzia, però sa tutto. E il resto lo immagina.
Oleg ritorna sempre a Mosca. Ma, se non lo facesse, non se ne accorgerebbe nessuno.

ásu

Il Monferrato degli infernòt

Il Monferrato è una meraviglia in superficie, ma anche uno splendore sotto terra. Quel che si ammira sono castelli e vigneti che puntellano i dolci colli e ne tracciano il profilo. Ciò che è difficile tanto da ammirare quanto da comprendere è figlio di scalpelli aguzzi, braccia vigorose e tempo che se n’è andato, per fortuna non invano.

Si chiamano infernòt: sono cantine scavate nel tufo, con pazienza certosina. Il nome evoca qualcosa di spettrale, ingentilito però dal vezzeggiativo che ci fa comprendere che di diabolico c’è poco e che gli inferi non hanno nulla a che fare con bottiglie ordinatamente disposte in nicchie scavate con insospettabile perizia.

Gli infernòt sono caratteristica di questa porzione di Monferrato che sta a metà strada fra Alessandria e Casale.

La bellezza del susseguirsi di colli e valli, di torri merlate e mura storiche non ha niente da invidiare a quella che sta laggiù, un mondo articolato di cunicoli che in tempi balordi saranno anche serviti da nascondigli, ma che nacquero quando i frigoriferi non erano neppure nella mente degli inventori pur avendo i vini, i salumi e i formaggi la necessità di essere conservati in luoghi freschi e idonei.

Camagna è uno dei paesi degli infernòt, come molti qua attorno, tra cui Cella Monte, dove, per fare riscoprire i curiosi cunicoli, è stato ideato il museo della pietra da cantone, uno dei simboli di questo territorio variegato, che nemmeno chi lo abita conosce a sufficienza. A dargli lustro, ci prova qualche amministratore intraprendente, illuminato quanto basta per comprendere che la cultura non è solo roba per libri, ma soprattutto qualcosa a portata di mano, che si può toccare, che si deve ‘vivere’.

Nello Scagliotti, 63 anni, sindaco di Camagna, sa che il tesoro del Monferrato non è solo il vino, ma può esserlo anche il luogo dove questo viene custodito. Ha cominciato ad aprire al pubblico il suo infernòt, certo che altri compaesani avrebbero fatto altrettanto.

«Un attimo, per favore: bisogna attivare la centrale elettrica» dice con un sorriso, lasciandoci per qualche istante in una cantina tradizionale, che funziona da anticamera. Apre un porta, circolare, di legno, che all’origine fu il fondo di una enorme botte, armato di fiammiferi sparisce nel buio e ritorna poco dopo. «Fatto. Venite».

L’infernòt è un gioiello illuminato da candele, conficcate in bottiglie appese a corde legate a chiodi piantati nel tufo. La prima cosa che ti viene in mente è un presepe. Poi pensi ai minatori. E, subito dopo, come ci fosse un sottile legame fatto di oscurità e fatica, ti scorrono le immagini di quegli uomini che, quando l’inverno era ancora inverno e la campagna s’addormentava anestetizzata dal ghiaccio e coperta dalla neve, prendevano mazze e martelli e cominciavano a scavare tunnel, vincendo la resistenza del tufo, materiale friabile e morbido solo per i teorici, e decisamente meno per chi lo deve sconfiggere con l’opera dei muscoli.

«Non so chi dei miei avi realizzò questo ‘infernòt’ . Di certo è un lavoro fatto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 - racconta Scagliotti - Questi contadini non avevano né studi né nozioni tecniche. Eppure, guardate che meraviglia...».

Il cunicolo scende per una decina di metri dal livello della strada, con un’alternanza di scalini e scivoli, di nicchie e sporgenze, di pieni e vuoti. Un paio di leggere curve e s’arriva al culmine: una stanza circolare, cinque metri di diametro, sormontata da una cupola la cui utilità è ignota. Ci basta l’effetto visivo: splendido. Le candele rendono l’atmosfera suggestiva, il profumo del vino si mescola con quello dell’umido, che più che un odore è una sensazione. «La temperatura, qui, è di dodici gradi tutto l’anno, inverno ed estate. Non scende, non sale» spiega il sindaco, come illustrasse un prodigio. Di miracoloso c’è poco, di curioso molto. Racconta Scagliotti: «Era usanza, e spesso lo è ancora, alla nascita di un bambino accantonare trenta bottiglie di bianco e trenta di rosso. Se il bimbo è un maschio, si stappano quando va a militare; se una femmina quando si sposa. Mia cugina Giannina, classe 1948, non ha ancora trovato marito....». E le bottiglie restano custodite nella nicchia, in attesa di un evento che, salvo un colpo di fulmine in notevole ritardo, mai avverrà. Altri ‘doppi litri’ furono ‘messi da parte’ all’inizio del Novecento, non si sa in onore di chi. Il cartello che li accompagna ha su scritto: ignoto. Sulla bontà del contenuto, il sindaco dà garanzie: «Il vino d’allora s’è trasformato in liquore», spiega, invitando a non considerare queste bottiglie alla stregua di soprammobili.

L’infernòt è una cantina viva, attiva, non solo un inviolabile scrigno per i tesori del Monferrato. Barbera e Grignolino si alternano nelle nicchie, il cavatappi è sempre a disposizione, i bicchieri idem.

Bisogna fermarsi, abbottonarsi la giacca, sedersi, guardarsi attorno, contemplare. Sorseggiare in silenzio. Immaginare quegli uomini che, negli inverni rigidi, scavarono, con l’abilità della talpa e la previdenza della formica, e pensare che, fra decenni, ci sarà ancora chi, in qualunque stagione, godrà di questa anomala ragnatela che penetra nel tufo e gli dà vita.
 ásu

Il sabato di Natale

Quanti anni avrebbe potuto avere? Sette? No, forse sei. O cinque? No, no, sicuramente sei. Sì, sei. Era l'ultima estate a casa della nonna, prima che la poveretta morisse. Andare dalla nonna era un piacevole rito, per la campagna, le mucche, la possibilità di sporcarsi senza venire rimproverati. E per il cioccolato. Dove lo comprasse non s'è mai saputo, ma - in verità - non è che questo importasse molto. Fondamentale era che ci fosse. E il cioccolato dalla nonna c'era sempre, sul solito ripiano della solita dispensa, tra la farina, i dadi, la magnesia. Il cioccolato della nonna....
La poliziotta tenne gli occhi chiusi per qualche istante. La proprietaria della libreria la fissò irrigidita, riempiendo lo sguardo di punti interrogativi. Il giovane commesso cercò di capire perché la donna in divisa fosse rimasta assorta e imbambolata, come proiettata in un altro tempo, mentre avrebbe dovuto, stando al ruolo che ricopriva e alle regole del buon senso, incalzare di domande quella bambina, per capire chi fosse, da dove venisse, chi l'avesse accompagnata lì, in un libreria, in quel tardo pomeriggio di ghiaccio...
“E' il sabato di Natale, è ora di chiudere, Rossella mi aspetta, sua madre sta preparando una cena coi fiocchi... e io sono qui, nel negozio, con una mocciosa che non si sa chi sia e con una poliziotta che sembra caduto in trance” brontolò il giovane tra sé, guardando ripetutamente l'orologio, imitato dalla padrona del negozio i cui due desideri erano abbassare la serranda e tuffarsi in un centro commerciale, per gli ultimi pacchetti: “Non posso regalare libri anche stavolta...”, mugugnò senza farsi sentire. Ma la poliziotta pensava alla nonna, ai beati sei anni, a quel cioccolato sublime. “Scusi, agente...” sibilò la libraia. E poi, facendosi coraggio: “Agente! Agente!”. Lei si ridestò d'improvviso e meccanicamente rispose: “Sei anni... sei anni...”.
“Sei anni? Come fa a sapere che la bambina ha sei anni?” domandò lei, incuriosita. “La nonna sarebbe morta l'autunno successivo... era il 1954, sono sicura” disse ancora, come assorta. “Scusi, agente.... Ma che nonna? Che autunno? Che c'entra?” si stupì la signora, mentre il commesso cominciava a capire che, ammesso fosse riuscito ad avventarsi sull'abbacchio della futura suocera, l'avrebbe, come minimo, inghiottito freddo. Guardò l'orologio, scosse la testa, amareggiato. Capì che la faccenda sarebbe andata per le lunghe, anche perché la poliziotta, anziché rivolgere alla piccola le domande rituali, altro non fece che introdurre di nuovo una mano nella tasca di lei, pescare ancora un cioccolatino, stavolta a forma di bottiglia, annusarlo, contemplarlo, avvicinarlo lentamente alle narici e ficcarlo in bocca, con gesto rapidissimo. La lingua schiacciò il cioccolato al palato. Le sensazioni partirono da lì per arrivare alla mente di quella donna, ormai definitivamente in preda al gusto, risvegliando ricordi vecchi di anni... La nonna, la credenza, il cioccolato.... Dalla nonna ci si andava perché lei non alzava mai la voce, era uno scudo protettivo contro il quale si infrangevano i rimproveri dei genitori. E poi... e poi la dispensa riservava sempre qualcosa di straordinario, a quadretti, di colore scuro, in una carta gialla... o forse argentata... e c'era una scritta rossa... o forse blu, non rossa... Vabbè, l'importanza era data dal contenuto.... La dispensa della nonna... il cioccolato... il gatto della nonna... il cioccolato.... il fracasso del trattore.... il cioccolato... i profumi dell'ora di pranzo... il cioccolato... La poliziotta restò con gli occhi chiusi, innervosendo la signora e il povero commesso che già s'immaginava la fidanzata furibonda per il ritardo e i tortellini scotti.
“Ma cosa fa?” chiese la proprietaria, rivolgendosi al ragazzo, indicando quell'altra che se ne stava imbalsamata, con la bocca impegnata e una mano lieve a tagliare l'aria, per disegnare figure indecifrabili. Il giovanotto alzò le spalle, vinto dallo sconforto. E la bambina, fino ad allora immobile, abbozzò un sorriso di denti bianchi, evidenziati dall'alone scuro che le contornava la bocca. “Agente... mi scusi... la ragazzina... è l'ora di chiusura... io dovrei fare i regali... è quasi Natale... non possiamo lasciarla qui.... né stare qui noi... è ora di chiudere... i regali...”. Parlò a scatti, la proprietaria, mentre il commesso, pensando all'abbacchio, alla fidanzata, alla madre di lei innervosita, provò a farsi forza e a urlare: “Agente!”. La poliziotta aprì gli occhi, si guardò attorno inebetita. Poi andò a sedere accanto alla bimba. “Forse, adesso, le domanda qualcosa”, s'illuse la donna. Macché. Nulla. Non chiese nulla: era troppo impegnata a gustare cioccolato e a rivedersi giovane. Il commesso, spazientito davvero, con tono da pubblico ministero provò egli stesso ad avviare un interrogatorio: “Bambina, chi sei? Da dove vieni? Chi sono i tuoi genitori? Lo sai che non puoi stare qui? E' sabato... è ora di chiudere... è quasi Natale... Na-ta-le... è ora che tu te ne vada, appunto, così ce ne andiamo anche noi... Natale è festa per tutti... E poi.... cos'hai in tasca?”. La piccola affondò una mano nel cappotto e prese tre cioccolatini. Aprì il palmo all'indirizzo degli altri, come a invitarli a prenderne uno. La poliziotta non esitò affatto. Il commesso tentò di spiegare che “è quasi ora di cena”, ma venne incenerito dallo sguardo della proprietaria, che afferrò quello a forma di pesce e sollecitò il giovane ad appropriarsi dell'ultimo (“basta e ci sbrighiamo”, pensò). Così avvenne. E fu fatale. Tempo che il cioccolato trastullasse le papille gustative dei tre, e nessuno più fiatò. La donna e il ragazzo si adagiarono sul divano. Se, in quella libreria angusta, si fossero mescolati i pensieri, i ricordi e le emozioni di tutti, la nonna della poliziotta sarebbe salita sull'auto del vecchio fidanzato della titolare del negozio, che era stato solito sorprenderla regalandole cioccolatini assortiti (come facesse lei a sorprendersi sempre non è dato a sapere). E la compianta zia del commesso che da Napoli, ad ogni Pasqua, portava cioccolato in quantità, avrebbe sicuramente aperto la credenza della nonna, rimanendo incuriosita dalla carta forse gialla, dalla scritta forse rossa.... di certo dal profumo inconfondibile, lo stesso che si spandeva sull'auto del fidanzato della titolare, ogni volta che lei apriva la scatola, un'auto giunta da Napoli, puntuale a ogni Pasqua. E ci sarebbero stati un gatto, biglietti d'amore e baci e abbracci... e “quanto sei cresciuto”... e cioccolato, e cioccolato...
Un blob di pensieri, ricordi, emozioni. Fu il silenzio totale, mentre il dolce sublime appagava le bocche e le menti: tutti fermi, tutti zitti... In quel clima irreale, d'improvviso si spalancò la porta della libreria. Entrò una donna sui trent'anni, trafelata, ansimante, affaticata da tre borse della spesa e dagli slalom nel traffico. Si soffermò su quel quadretto, con i quattro seduti al divano di lettura e, senza troppo ragionare, prese fiato e partì a raffica: “Federica, sei ancora qui! Meno male, grazie al cielo. Scusatemi, so che è tardi e che la libreria chiude, ma sono venuta prima, ho comprato anche un libro, mi avete fatto lo sconto... Avevo ancora molte commissioni da fare, e poco tempo. Capirete... se avessi portato mia figlia con me non sarei mai riuscita a entrare in tutti i negozi che... Allora ho pensato di lasciarla qui... però, purtroppo, mi sono attardata... e c'era coda... è Natale... gli ultimi acquisti... sapete com'è in questi casi... il sabato di Natale... Tutti hanno fretta... Ah, c'è anche una poliziotta! Mi scusi, agente, mi dispiace, sono mortificata davvero. Ho lasciato qui Federica, con dei... So che in libreria non si può mangiare... ma, almeno, ero certa che se avesse mangiato i cioccolatini non avrebbe parlato, né disturbato... mentre sua madre, cioè io... avrei finito le compere... nel traffico... con le code... E' il sabato di Natale, capirete. Dovete chiudere, immagino... è tardissimo, avrete fretta, ci sarà qualcuno che vi aspetta per cena... magari avrete anche voi un regalo da comprare... Oddio, sono davvero desolata... non so come farmi perdonare”.
S'interruppe, finalmente. Per qualche secondo nessuno fiatò, come se tutti fossero vittime di un incantesimo. Finché il ragazzo, il cui pensiero era ormai lontano mille miglia da Rossella, abbacchio e tortellini, chiese: “Di cioccolatini ne ha ancora?”
 ásu

Chi ha ucciso Teresa Bottini
(monologo)
Lui, con un impermeabile tipo investigatore. E un pila in mano, che usa per illuminare il pubblico in volto e illuminare se stesso. Il monologo potrebbe essere intervallato col suono di flauto

Chi ha ucciso Teresa Bottini? Aveva 45 anni, era coniugata, abitava in via Cavour. Come faccio a sapere tutto questo? Ho letto i suoi documenti, trovata nella borsetta, accanto al cadavere. Una borsetta nera, uguale... uguale... (punta la pila al pubblico)... uguale a questa! Anzi, forse è questa. E chi è l'assassino? Forse lui (pila al pubblico), forse lui (idem) o forse lui (idem)?
La donna era senza scarpe. Scarpe nere. Come faccio a sapere che erano nere se era scalza? Teresa Bottini, donna di gusto ed eleganza, avendo una borsetta nera non avrebbe mai calzato scarpe che non fossero nere. Com'è morta Teresa Bottini? Dissanguata. Tre coltellate, una al cuore, una al fegato, una alla gola. Dunque, non è suicidio. E se non è suicidio, cos'è? (pensa) Un delitto. Sì, dev'essere un delitto. Qualcuno ha ucciso Teresa Bottini. E' cronaca, signori, cronaca nera.
Chi l'ha uccisa? Per capire chi, bisogna prima capire perché. E per capire perché bisogna prima capire dove. E per sapere dove bisogna prima sapere quando. Ma per capire quando bisogna prima capire chi. E' un circolo vizioso. E nostro compito è capire chi è iscritto a questo circolo. Chi ha la tessera. Forse lui (punta la pila)? O lui (idem)? O lui (idem)?
Stupore, terrore, livore, malore, fetore. Sì, fetore, perché la donna era morta da un po'.
Dunque, ricapitoliamo. Il cadavere è morto. Il marito di Teresa Bottini non c'era. Disse che sarebbe andato a comprare le sigarette. E qui i primi sospetti: il marito non fuma. Nessun tabaccaio lo ha visto. E tutti i portacenere di casa erano puliti. Il marito, andato a comprare le sigarette, non è più tornato. Sarà lui l'assassino? Oppure lui (punta la pila al pubblico)? O lui (idem)? O sarà l'amante di Teresa Bottini? Fa il macellaio, usa il coltello, non ha paura del sangue, fa anche il donatore all'Avis. Il macellaio disse che quel giorno era al mare, ad Asti. Qualcuno dirà ora che ad Asti non c'è il mare. E' proprio su questo che la polizia sta indagando. C'è qualcosa che puzza, dissi; sarà il cadavere risposero i poliziotti. Avevano ragione.
Stupore, terrore, livore, malore, amore. Sì, amore. Quello tra Teresa Bottini e il suo vicino di casa, Alfredo, professione fabbro. L'hanno interrogato, ma lui si è costruito un alibi di ferro... è fabbro...
Dunque, ricapitoliamo. Teresa Bottini è morta, il marito non c'è, l'amante è al mare, l'amico ha l'alibi. . Ma Teresa Bottini aveva anche altre relazioni. Con Giorgio, un carpentiere, padre di tre figli, nonno di sei nipoti, cugino di otto cugini. Giorgio è stato interrogato, non aveva studiato, è stato rimandato a settembre. Dovremo aspettare. Intanto c'è un cadavere, con tre coltellate. Il coltello non è stato trovato, ma vicino al corpo c'erano una forchetta e un cucchiaio. Forse Teresa Bottini era stata a cena. Con chi? Con lui (pila al pubblico)? Con lui (idem)? O con lui (idem)? E' cronaca nera, c'è poco da scherzare.
Stupore, terrore, livore, malore, pallore. Sì, pallore. Il cadavere era pallido. Eppure un amico intimo, molto intimo, di Teresa Bottini, Antonio, dice che Teresa era andata a fare la lampada. Dov'è finita, allora, la lampada fatta da Teresa? Chi ce l'ha? Antonio non sa, anche perché lui aveva troncato la relazione con Teresa Bottini, dicendo che era una donna troppo fredda. Giusto, ma dovrebbe toccarla ora, ora che è cadavere. Gelata. E' una brutta, brutta storia di cronaca nera, che non ha ancora un colpevole. Perché?
Tutto cominciò nel 1492. Cristoforo Colombo scoprì l'America. E da là, dall'America, che può arrivare un indizio. John ha un fast food, vende hamburger. John viene in Italia per comprare una partita di salame cotto per una nuova specialità di hamburger che vuole inventare. John conosce Teresa Bottini, si innamora di lei. Il marito scopre la relazione, il macellaio anche, Antonio pure... Tutti sanno della loro relazione. Solo io l'ho saputo soltanto ieri. Sono sempre l'ultimo a sapere le cose.
Stupore, terrore, livore, malore, rumore. Ci fu un gran rumore la notte in cui venne uccisa Teresa Bottini. C'erano i fuochi artificiali, il concerto della fanfara dei bersaglieri e c'era il corteo degli operai in cassa integrazione che cantavano 'Bella ciao'. Rumore. Così nessuno sentì le ultime parole di Teresa Bottini. Tre parole, anzi una, ripetuta tre volte: ahi, ahi, ahi. Una volta per coltellata. Non le sentì neanche una vecchia fiamma di Teresa, Michele. Con lui, Teresa fece l'amore su un pagliaio, che poi bruciò. Tutta colpa di Michele... che era la vecchia fiamma.... Michele quella sera non c'era: lo chiamarono per una grigliata. Doveva pensare al fuoco. E' cronaca nera. E' intrigo internazionale. Ci furono di mezzo i servizi segreti. Si cercarono armi di distruzione di massa. Ma chi l'ha detto che quelle armi di distruzione sarebbero dovute essere per forza di Massa... e non di Carrara? O di Pistoia? O di Siena? Sono stato in Toscana, io. Certe cose le so.
Stupore, terrore, livore, malore, languore. Sì, anche languore. Quando indago mi viene sempre fame (tira fuori dalla tasca un panino, lo addenta). Buono, anche se sarebbe meglio una bistecca al sangue. Sangue, sì, il sangue. Quello di Teresa Bottini era gruppo A+, come quello di Ettore, l'uomo con cui ebbe una storia. Ettore fu sentito dai carabinieri ma disse che di storia non sapeva niente e chiese di essere interrogato di geografia. Tre coltellate, sangue, mistero. Un corpo morto. Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del liquido spostato. Archimede. Sì, anche tal Archimede, Archimede Contai, ebbe una relazione con Teresa Bottini. Ma ormai è passato... Contai: passato remoto.
Dunque, una donna muore e nessuno sa niente. Non il marito, non il macellaio, né Alfredo, Giorgio, Antonio, John, Ettore, Archimede... Nessuno sa niente ma tutti sono stati con lei. E io? Io non so niente, ma con lei non ci sono mai stato. Però anch'io una cosa la so... questa Teresa Bottini era un po' zoccola... sì, n po' zoccola lo era...
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