a

 

 
   


 

 
NEW: La piccola fiammiferaia
Il Monferrato degli infernòt Nel negozio della Mira
La mia strada di casa Il sabato di Natale
Ho rivisto il filmino La noia

 

 

 

 

Il Monferrato degli infernòt

Il Monferrato è una meraviglia in superficie, ma anche uno splendore sotto terra. Quel che si ammira sono castelli e vigneti che puntellano i dolci colli e ne tracciano il profilo. Ciò che è difficile tanto da ammirare quanto da comprendere è figlio di scalpelli aguzzi, braccia vigorose e tempo che se n’è andato, per fortuna non invano.

Si chiamano infernòt: sono cantine scavate nel tufo, con pazienza certosina. Il nome evoca qualcosa di spettrale, ingentilito però dal vezzeggiativo che ci fa comprendere che di diabolico c’è poco e che gli inferi non hanno nulla a che fare con bottiglie ordinatamente disposte in nicchie scavate con insospettabile perizia.

Gli infernòt sono caratteristica di questa porzione di Monferrato che sta a metà strada fra Alessandria e Casale.

La bellezza del susseguirsi di colli e valli, di torri merlate e mura storiche non ha niente da invidiare a quella che sta laggiù, un mondo articolato di cunicoli che in tempi balordi saranno anche serviti da nascondigli, ma che nacquero quando i frigoriferi non erano neppure nella mente degli inventori pur avendo i vini, i salumi e i formaggi la necessità di essere conservati in luoghi freschi e idonei.

Camagna è uno dei paesi degli infernòt, come molti qua attorno, tra cui Cella Monte, dove, per fare riscoprire i curiosi cunicoli, è stato ideato il museo della pietra da cantone, uno dei simboli di questo territorio variegato, che nemmeno chi lo abita conosce a sufficienza. A dargli lustro, ci prova qualche amministratore intraprendente, illuminato quanto basta per comprendere che la cultura non è solo roba per libri, ma soprattutto qualcosa a portata di mano, che si può toccare, che si deve ‘vivere’.

Nello Scagliotti, 63 anni, sindaco di Camagna, sa che il tesoro del Monferrato non è solo il vino, ma può esserlo anche il luogo dove questo viene custodito. Ha cominciato ad aprire al pubblico il suo infernòt, certo che altri compaesani avrebbero fatto altrettanto.

«Un attimo, per favore: bisogna attivare la centrale elettrica» dice con un sorriso, lasciandoci per qualche istante in una cantina tradizionale, che funziona da anticamera. Apre un porta, circolare, di legno, che all’origine fu il fondo di una enorme botte, armato di fiammiferi sparisce nel buio e ritorna poco dopo. «Fatto. Venite».

L’infernòt è un gioiello illuminato da candele, conficcate in bottiglie appese a corde legate a chiodi piantati nel tufo. La prima cosa che ti viene in mente è un presepe. Poi pensi ai minatori. E, subito dopo, come ci fosse un sottile legame fatto di oscurità e fatica, ti scorrono le immagini di quegli uomini che, quando l’inverno era ancora inverno e la campagna s’addormentava anestetizzata dal ghiaccio e coperta dalla neve, prendevano mazze e martelli e cominciavano a scavare tunnel, vincendo la resistenza del tufo, materiale friabile e morbido solo per i teorici, e decisamente meno per chi lo deve sconfiggere con l’opera dei muscoli.

«Non so chi dei miei avi realizzò questo ‘infernòt’ . Di certo è un lavoro fatto tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 - racconta Scagliotti - Questi contadini non avevano né studi né nozioni tecniche. Eppure, guardate che meraviglia...».

Il cunicolo scende per una decina di metri dal livello della strada, con un’alternanza di scalini e scivoli, di nicchie e sporgenze, di pieni e vuoti. Un paio di leggere curve e s’arriva al culmine: una stanza circolare, cinque metri di diametro, sormontata da una cupola la cui utilità è ignota. Ci basta l’effetto visivo: splendido. Le candele rendono l’atmosfera suggestiva, il profumo del vino si mescola con quello dell’umido, che più che un odore è una sensazione. «La temperatura, qui, è di dodici gradi tutto l’anno, inverno ed estate. Non scende, non sale» spiega il sindaco, come illustrasse un prodigio. Di miracoloso c’è poco, di curioso molto. Racconta Scagliotti: «Era usanza, e spesso lo è ancora, alla nascita di un bambino accantonare trenta bottiglie di bianco e trenta di rosso. Se il bimbo è un maschio, si stappano quando va a militare; se una femmina quando si sposa. Mia cugina Giannina, classe 1948, non ha ancora trovato marito....». E le bottiglie restano custodite nella nicchia, in attesa di un evento che, salvo un colpo di fulmine in notevole ritardo, mai avverrà. Altri ‘doppi litri’ furono ‘messi da parte’ all’inizio del Novecento, non si sa in onore di chi. Il cartello che li accompagna ha su scritto: ignoto. Sulla bontà del contenuto, il sindaco dà garanzie: «Il vino d’allora s’è trasformato in liquore», spiega, invitando a non considerare queste bottiglie alla stregua di soprammobili.

L’infernòt è una cantina viva, attiva, non solo un inviolabile scrigno per i tesori del Monferrato. Barbera e Grignolino si alternano nelle nicchie, il cavatappi è sempre a disposizione, i bicchieri idem.

Bisogna fermarsi, abbottonarsi la giacca, sedersi, guardarsi attorno, contemplare. Sorseggiare in silenzio. Immaginare quegli uomini che, negli inverni rigidi, scavarono, con l’abilità della talpa e la previdenza della formica, e pensare che, fra decenni, ci sarà ancora chi, in qualunque stagione, godrà di questa anomala ragnatela che penetra nel tufo e gli dà vita.
 

 ásu


La mia strada di casa

(monologo di Carlo Carrà)

Ha il mio nome la mia strada di casa: Carlo Carrà. Ha anche la mia data di nascita e quella di morte, la targa, per ricordarmi che, se fossi vivo, avrei più di 120 anni, e per farmi sapere che non mi vedono più almeno dal 1966. La strada di casa mia è qui, a Quargnento. C'è un ristorante, adesso, sulla destra. L'albero è solo un ricordo, quell'albero che ritrassi come un indefinito tratto scuro, quasi a separare la tinta senape delle case in primo piano dall'azzurro di quelle sullo sfondo, dove le linee della prospettiva vanno a morire in un punto immaginario, dominato dal giallo del sole, affinché anche le ombre possano contribuire a dare colore all'opera. Riuscirà a splendere ancora così, il sole, e oggi queste ombre sapranno rendere così importante la via, d'asfalto e non di terra, e i muri, di intonaco e non di mattoni?

La vidi così la strada di casa mia. Era il 1900. Sì, 1900, tondo tondo. Soggiornai a Quargnento, paese natale, per un po'. Ero stato anche a Milano e Parigi. Parigi... Parigi mi fece conoscere le opere di Renoir, Cézanne, Pissarro... Non posso negare di non essere stato influenzato dalla loro genialità, o almeno colpito. Fu una folgorazione, a ben vedere. Inconsciamente, quando sistemai il cavalletto per quel quadro che avrei intitolato 'La strada di casa', la mia mente tornò a quegli artisti, anche se non fu certo l'averne apprezzato le opere al Luxembourg parigino a spingermi alla pittura.

Pittori, probabilmente, si nasce. Poi la vita ti plasma, ti perfeziona. Con la vita acquisti esperienza e malizia, non la sensibilità, né l'intuizione. Adesso, qui a Quargnento, non c'è ovviamente chi può testimoniarlo. Ma qualcuno, magari tra quelli seduti nel dehor del bar, che non si emozionano di fronte alla bella chiesa, che non l'apprezzano a dovere un po' per colpa dell'abitudine, un po' perché vedono senza guardare... Qualcuno di loro, dicevo, avrà sentito raccontare di me, magari dal nonno... Gli avrà detto che Carrà il pittore l'ha fatto fin da bambino... Gli avrà raccontato che, costretto a letto da una malattia, io cominciai a disegnare per distrarmi. Quel malanno fu solo l'occasione che anticipò i tempi, credo. Io la pittura ce l'avevo nel dna, per forza. Non fosse stato così, non avrei costretto mio padre - poveretto, se ci penso - a intonacare un muro tutto per me, affinché io potessi dare sfogo alla mia passione, stanco com'era di ritrovarsi le pareti di casa ornate dai miei scarabocchi. Fossero sopravvissuti, ora, varrebbero chissà quanto. Ah, l'avessero immaginato...

Anche se, a dirla tutta, quando ultimai 'La strada di casa', qualcuno del paese cominciò ad apprezzare, benché faticasse a comprendere quell'azzurro sullo sfondo che infrange il giallo dominante, e quei cerchi concentrici...

Adesso la mia strada di casa, che porta il mio nome, non è più come allora. E' rimasto un lampione a ricordarla, e il portone e le finestre hanno la foggia di quelle di un tempo. Poi... poi c'è poco, e non mi riferisco all'albero in meno e al ristorante in più. E' che mancano i colori, i profumi, gli odori se preferite, il vociare famigliare, l'echeggiare del dialetto, la polvere, l'incedere della gente del paese. Ho frequentato grandi artisti, ho vinto premi, mi sono fatto conoscere, ho visitato posti di tutta Europa. Però quella strada... Che bella che era la mia strada. Sarà che non avevo neppure vent'anni quando la dipinsi, sarà che è facile provare nostalgia per le cose di quell'età. Sarà che adesso, se parli di Carrà, quasi tutti pensano a Raffaella...
---

 ásu


Ho rivisto il filmino (monologo)

Ho rivisto il filmino di quando ero appena nato. E ho capito molte cose di me. Ho capito perché adesso sono così e perché sto trascorrendo gran parte del mio tempo cercando di entrare in un posto da dove, all'epoca del filmino, ero uscito da appena tre giorni. Nove mesi per uscire, una vita a cercare di rientrare lì... almeno con una parte del corpo, s'intende... anche piccola... E in un posto che non dev'essere quello di mia madre.

Volevo rientrare perché ho capito subito che fuori sarebbe stata una tragedia. Non che là fosse uno spettacolo... ogni tanto una nuotatina nel liquido amiotico... un'arrampicata sul cordone ombelicale... qualche calcione... Ma almeno non c'era una come zia Alberta... Zia Alberta, l'ho vista nel filmino. Più che una donna, un'esplosione di grasso: ha smesso di pesarsi quando hanno chiuso il peso pubblico del paese. Mi teneva in braccio... "Fai la nanna... fai la nanna..." Capisco perché adesso ho paura del buio e sono claustrofobico: temevo di finire in una sua piega di grasso e di essere inghiottito: di sparire per sempre.

E capisco anche la mia perdurante crisi di identità. Colpa di Fiorina, la vicina di casa. Sette denti sopra, sei sotto... gli spaghetti ci fanno lo slalom... La Fiorina... e nel filmino si vede benissimo...: "Il nasino è tutto di papà, gli occhietti sono tutti della mamma, la bocca è del nonno, il mento della zia, le mani di Peppino...". Peccato che Peppino, il cugino Peppino, fosse monco... Comunque: non avevo niente di mio. E sono cresciuto col complesso del nullatenente. E, naturalmente, senza sapere chi in realtà sono... anche perché ci hanno messo tre giorni, ad esempio, a capire che sono maschio... Non si vedeva il mio coso... cosino... cosinino, cosininino... La scoperta l'ha fatta mio cugino Arturo, esploratore: va sempre in giro col binoccolo. Mi ha esplorato e ha detto: "Ma quello è... sì, quello è...". E tutti ad aguzzare la vista: "Sì, è... è...". Nel filmino è tutto registrato.... Non sono un superdotato, s'è capito subito. E così sono cresciuto con il complesso di inferiorità, di quello che non potrà mai fare il porno-attore. Oddio, neanche l'attore normale. Beh, non è mica colpa mia se le prime parole me le ha insegnate zio Teo, che è balbuziente. E così... mamammama, papappapa... le ho imparate così.... e anche nononnono, nononnana... ma pure cacaccaca, pipippipi... Quando dovevo avvisare per farla, se ne accorgevano sempre in ritardo....

E poi, anche la mia paura cronica, che si trascina da sempre... la paura di non sapere rispondere alle domande. Nel filmino si vede benissimo la nonna Pasqualina, detta Pasquala, abbreviato Squala, che continua a chiedermi: "E come ti chiami? E come ti chiami? E come ti chiami?". E io, con la faccia inebetita, che sicuramente pensavo: "Non lo so, non lo so...". La stessa faccia l'avrei avuta a scuola, durante le interrogazioni... "Non lo so, non ho studiato... Potevo ben studiare ieri sera, anziché guardare il Maurizio Costanzo show!".

Ma la nonna Squala, bastarda, a chiedere: "E dov'è la mamma? E dov'è la mamma? E dov'è la mamma?" Non lo sapevo, non lo sapevo! Mi guardavo intorno, cercando una risposta con lo sguardo, ma nessuna donna faceva cenno alcuno... Capisco: nessuna voleva prendersi la repsonsabilità di avermi generato... E così sono cresciuto pensando che nemmeno mia madre mi volesse bene.

Mentre quella bastarda di nonna Squala continuava a incalzare con le domande: "E dov'è il ciuccio? E dov'è il ciuccio?" Non lo sapevo... non lo sapevo... Probabilmente pensavo che l'avesse mangiato zia Alberta, ma lei si stava già divorando un pacco di pannolini, dei miei pannolini... puliti, spero. Poi, d'un tratto, e nel filmino si vede benissimo, Fiorina, la vicina di casa, tira fuori il mio ciuccio dalla sua bocca: aveva voluto, probabilmente, far giocare qualcuno dei suoi 13 denti, sette sopra, sei sotto... tutti battezzati... tutti avevano un nome, da Monviso, il più aguzzo, a Madunina, il più luccicante... a Lampedusa, il più lontano, quello là in fondo...

Bene, Fiorina si cava il ciuccio dalla sua bocca e tac! lo ficca nella mia, tutto mangiucchiato... Si sarà incubata in me qualche malattia... l'epatite, il colera, il tifo, un'infezione virale, l'Aids... Morirò per quel ciuccio, lo so. Amici, per favore, aiutate i bambini a crescere e ve ne saranno grati.

 ásu

 

La noia
dialogo tra due persone (meglio se donne) sedute, che leggono il giornale

Uno - In questo mondo non succede mai niente. Non c'è mai nulla da fare
Due - E dire che ci alziamo a mezzogiorno. Pensa se ci svegliassimo alle sette del mattino.... avremmo cinque ore in più di noia.
Uno - La noia è grigia.
Due - Grigia.
Uno - Niente. Non succede mai niente. Accendi la tivù: il telegiornale.
Due - In Medio Oriente: la guerra.
Uno - In Cina: i polli con l'influenza. La gente li mangia e muore.
Due - Nella Striscia di Gaza ci sono i kamikaze.
Uno - Anche 'sti kamikaze... che noiosi! Io li ammazzerei.
Due - In Africa: muoiono di fame.
Uno - In Argentina fanno casino. (pausa) Fanno ancora casino in Argentina?
Due - Non so mica.
Uno - La grazia a Sofri, lo sciopero dei metalmeccanici, lo sciopero di Pannella.... ma chi è tutta sta gente?
Due - Il papa che dice che bisogna essere più buoni. Sai che fantasia.
Uno - E il presidente della Repubblica... sempre con 'sto discorso di Capodanno...
Due - E sempre con 'sto concerto di Capodanno...
Uno - E sempre con 'sto Capodanno...
Due - Io non ne posso più.
Uno - Non succede mai niente. (pausa)
Due - Vieni oggi al circolo del bridge?
Uno - Non so: vorrei andare a fare una partita a golf. Ma che noia! E tira la pallina, e vai a vedere dove l'hai tirata... e cercala... Io non ne posso più del golf: mi stressa, mi angoscia. E' un lavoro.
Due - Perché, il bridge no? Troppo da pensare. Andrò al cinema.
Uno - No, io non vengo. Non c'è un film che mi piaccia.
Due - Io non so che film danno.
Uno - Neanche io. (pausa). Uffa, non succede mai niente.
Due - Non c'è mai niente da fare. (pausa)
Uno - Io, quasi quasi, prendo un aereo e vado.
Due - Dove?
Uno - Non so. Al Nord fa troppo freddo, al Sud fa troppo caldo, a Trieste c'è la bora. Andrei volentieri in Francia, ma non so cosa mettermi.
Due - Non hai quel completo di Armani?
Uno - (stizzita) Ma l'ho già messo una volta!
Due - Giusto (pausa). Che noia.
Uno - Non succede mai niente. (pausa)
Due - Ti racconto una barzelletta.
Uno - La so già.
Due - Le barzellette sono tutte uguali, non fanno più ridere come una volta.
Uno - Telefonerò alla contessa De Bernardis. Magari mi invita a giocare a tennis.
Due - Per carità, il tennis è noioso. Pun... pun... pun...
Uno - E' vero: sempre con 'sta rete in mezzo...
Due - E poi, comunque, la contessa De Bernardis è morta. Ictus.
Uno - L'ho sempre detto che è una donna inaffidabile. (pausa)
Due - Il funerale è domani alle 10.
Uno - Troppo presto.
Due - Il rosario è stasera alle 9.
Uno - Troppo tardi. (pausa) Che noia, non succede mai niente.
Due - Farò il presepe.
Uno - Siamo a giugno.
Due - Tanto per fare qualcosa.
Uno - A me il presepe mette tristezza. E poi non so nemmeno farlo. Devo decidermi a farmi insegnare da Battista, il maggiordomo... lo fa sempre lui. (pausa) Non succede mai niente.
Due - La noia è grigia.
Uno - Grigia.
Due - Grigia.
Uno - Andrò a fare compere a Milano.
Due - Io verrei se sapessi cosa comprare.
Uno - Detesto non sapere cosa comprare. I poveri sono fortunati: quando hanno i soldi, sanno sempre cosa comprare. Noi che i soldi li abbiamo sempre avuti, abbiamo anche tutto.
Due - Tutto.
Uno - Di più.
Due - E' veramente una sfortuna.
Uno - Scriverò una lettera di protesta. (pausa)
Due - Potremmo fare volontariato.
Uno - Si suda mica? Lo sai che patisco il sudore: mi causa prurito.
Due - Almeno sapresti cosa fare: grattarti.
Uno - Almeno mi venisse la varicella... mi gratterei con più soddisfazione (pausa). Allora, si suda con 'sto volontariato?
Due - Non so. L'importante è che non ci si sporchi.
Uno - Meglio non rischiare. Il volontariato lo faccia chi è già sporco (pausa). Che noia... non succede mai niente.
Due - Quasi quasi mi depilo.
Uno - Io l'ho già fatto ieri e, purtroppo, i peli non mi sono ancora ricresciuti.
Due - Basta, ho deciso: oggi, per la prima volta, vado a prendere mio figlio a scuola.
Uno - Tuo figlio si è già laureato.
Due - Certo che neppure i figli ti danno soddisfazioni.
Uno - E' vero: non si può più confidare nemmeno sui figli. (pausa) Non succede mai niente. (pausa)
Due - Sai cosa fa il dollaro? Sale? Scende?
Uno - Non so, ma almeno lui fa qualcosa.
Due - Ti credo... Certo che in America è più facile.
Uno - Non saprei... Da quando non ci sono più le Torri Gemelle, New York non è più la stessa.
Due - Le manca qualcosa.
Uno - Le torri, ad esempio.
Due - Ma poi, che fastidio davano? (pausa)
Uno - Non succede mai niente a 'sto mondo.
Due - Non c'è mai niente da fare.
Uno - La noia non è né bianca, né nera. E' grigia.
Due - La noia è grigia.
Uno - Grigia. (pausa lunga)
Due - Hai detto qualcosa?
Uno - No. E tu?
Due - Neanche io.
Uno - Allora, ciao.
Due - Ciao. (se ne vanno)
 

 ásu

La piccola fiammiferaia
Monologo

Comprate un cerino... comprate un cerino. Signori, un cerino, anche un cerino solo. Niente: neanche stasera si vende. Stasera è come ieri sera e ieri sera era come l'altra sera. Un freddo tremendo, e non si vende un cerino che è uno.
A noi fiammiferaie ci ha fregato la modernità. Ci ha fregato l'accendino. Devi accendere? Sfreghi il dito sulla rotella e c'è la fiamma. Devi cucinare? C'è l'accendigas, oppure il pulsantino: premi e la fiamma arriva. La modernità ci sta rovinando. Molto di quello che è moderno ci sta rovinando. Il telefonino ci sta rovinando. La gente... la gente si è rimbambita da quando ha il telefonino. Si sposta, a piccoli passi, ingobbita, contorta... 'Stai male?' 'No, devo mantenere questa posizione, perché se mi muovo non c'è più campo e cade la linea'. Eh già, peccato che qui ci sia tutto 'sto verde e non un bel ripetitore alto 30 metri, che capti e trasmetta tutte le onde magnetiche possibili e immaginabili... Ho visto persone rimbecillirsi confrontando le suonerie... 'La mia fa tip tip tip...' 'La mia fa pappapperopà'. Ho sentito un uomo dire a un altro uomo: 'Io ce l'ho più piccolo del tuo' e se la rideva, il povero. Una volta i maschi facevano a gara a chi ce l'aveva più lungo, adesso vince chi ce l'ha più piccolo, meno ingombrante, chi ce l'ha piatto... a chi ce l'ha come un fiammifero. Comprate un cerino... un cerino solo... (ACCENDE UN CERINO) Ho visto una donna contenta, perché il suo aveva il vibratore... Vuoi mettere il piacere, quando ti telefona qualcuno? Ho visto due ragazze scambiarsi messaggi: 'Come stai?'. Invio. 'Bene e tu?'. Invio. 'Non c'è male. E Franco?' Invio. 'Franco Rossi o Franco di Milano'. Invio. 'Franco di Milano' Invio. 'Milano Marittima?' Invio. 'No, Milano e basta'. Invio. 'E tuo padre, piuttosto?' Invio. ' E' scappato' Invio. 'Con tua madre?' Invio. 'No, con tua sorella'. Invio. 'Ah, ecco perché sono tre settimane che il letto a fianco al mio è vuoto'. Invio. Questa è la modernità. Diventiamo tutti rimbambiti scrivendo messaggi col telefonino, e non sappiamo più tenere una penna in mano. 'Usciamo stasera?'. 'Va bene'. Escono, vanno al bar e non si dicono una parola, perché trascorrono la serata a scambiarsi messaggi con altri due, che stanno in un altro bar, o forse nello stesso bar, e che non si parlano, perché devono mandare i messaggi...
Anche in macchina usano il telefonino. Guidano e telefonano. Guidano, telefonano e si schiantano, con auto che dovrebbero andare al massimo ai 130 in autostrada ma che, se schiacci, arrivano ai 200 e più. Le macchine vanno sempre più forte, ma chi le guida ha sempre due gambe, due mani e una testa sola, qualche volta anche vuota.
C'è qualcosa che non va, nella modernità... Bisogna andare, andare, andare... Poi c'è chi si stupisce leggendo sul giornale che c'è un incidente mortale...'Ma come è possibile? Guarda tu... guidava, telefonava, e la macchina è uscita di strada. Ma che macchine sono queste, che escono di strada così facilmente?'. Siamo bravissimi a stupirci... come quelli che si stupiscono dei propri figli che si drogano... 'Eppure è un così bravo ragazzo, veste firmato, si lava tutti i giorni, a volte studia e in televisione guarda solo Raitre. E' un così bravo ragazzo'... sì, che magari non va a donare il sangue perché ha paura del prelievo, ma infilarsi un ago in un braccio per sentirsi furbo, quello sì! E poi, il furbo, si spegne a poco a poco, come un fiammifero (ACCENDE UN CERINO). Anche in questa notte c'è chi andrà all'altro mondo per la modernità. La scienza studia per farci vivere più a lungo, ma non ci dice come. Se nello smog, se divorati dalla plastica, se nelle trappole di cemento, nei fiumi che sembrano discariche o nelle discariche che sembrano fiumi. Se intossicati dall'ennesimo hamburger o dalla pillola che fa dimagrire o dalla crema che ti toglie la buccia d'arancio dalla pelle, o forse ti toglie la pelle stessa... Tutto è legittimo, perché il progresso, il profitto... Bisogna produrre... crescere: profitto, denaro, progresso, denaro, mercato, guadagno, profitto, progresso, soldi... Lo dice la televisione. E se lo dice la televisione, allora va bene, perché lo schermo è il fulcro attorno al quale ruotiamo.. c'è la tivù a pagamento, il dvd, i sedici noni, i videoregistratori, lo schermo piatto... Non ci basta mai la tivù: fra un po' starà più accesa lei del frigorifero. 'Zitta, che parla la tivù'.... che ci sono i giochini, i fagioli, i quiz, le veline, le letterine, che ti fa sembrare tutto facile, semplice, che ti insegna a vivere come se il mondo fosse fatto di lustrini, giochini, balletti, ricchi premi e cotillons. Che ti dice che c'è la pastiglia miracolosa, che puoi fare l'amore anche se hai novant'anni, ma non specifica con chi... La tivù... che confonde la realtà con la fantasia e la fantasia con la realtà, che ti fa vedere il cane poliziotto e il poliziotto cane... La tivù, che staziona per mesi davanti alla casa del bimbo massacrato.... che condanna la madre prima dei giudici, che ogni giorno chiede ai vicini, al sindaco, al parroco 'cosa ne pensate?'... la stessa domanda fatta alla vedova del morto ammazzato, alla madre del sequestrato, alla giovane sposa del soldato saltato in aria per una mina bastarda. Ed era in missione di pace, povero Cristo. La tivù che se ti scopre che stai soffrendo, ti porta in un talk show, e più è drammatica la tua storia, più hai successo. E se piangi tanto meglio... evviva... si alza l'audience, si vendono gli spazi pubblicitari... Là tu che piangi e, dieci secondi dopo, quella faccia da schiaffi che ti dice 'Buonaseeeera'. No, mi spiace, io non ci sto. Sarò solo una povera, piccola fiammiferaia, ma ho ancora un po' di orgoglio e una dignità da difendere. A questo mondo, io, dirò sempre no. E quando mi chiederanno 'E' la tua risposta definitiva? L'accendiamo?', risponderò 'Sì, accendiamo, accendiamo anche questo'. (ACCENDE L'ULTIMO CERINO, SI ACCASCIA E MUORE).
 

 ásu

Nel negozio della Mira

Dicembre 2004
Faranno una camera da letto, forse un salotto. Saranno intonacati i muri, disporranno mobili colorati, di quelli che vanno di moda, metteranno una porta blindata e la luce fioca sarà sostituita da neon d'avanguardia. Chissà. Chissà cosa ne sarà di questa stanza, che adesso ha un bancone, che è pieno di roba. Che adesso ha scaffali, zeppi di maglioni e mutande, di calze e profumi, di dentifrici e di qualcosa che non sai bene cos'è e non sai neanche se lo trovi qualora dovessi cercarlo, ma c'è, c'è di sicuro. Perché dalla Mira c'è quasi tutto.
La Mira. La chiamano così, omettendo la E dal nome Emira e quasi ignorandone il cognome. Pochi sanno cosa c'era, lì, prima della Mira, perché è come se la Mira ci sia sempre stata. Lei e i suoi modi di fare, fin troppo garbati anche quando i clienti meriterebbero un trattamento sbrigativo; lei e le sue parole buone; lei e le sue lacrime; lei e la sua commozione perenne, perché ogni cosa pare essere l'occasione per inumidire gli occhi. “Hai sentito cos'è successo? Povera gente...”. E quasi piange, intenerendo la clientela che, per solidarietà, si unisce mestamente al dolore. Si può parlare della Bosnia, del morbillo accanitosi sul figlio del vicino di casa, dell'attentato alle Torri Gemelle, dei pidocchi a scuola, dell'Africa nera, di un incidente stradale (senza feriti), di un furto, della rivolta in Argentina, dell'alluvione, di uno sfratto, di un tale che si è procurato una contrattura giocando a pallone... “Povera gente...” La Mira si commuove. Sempre. I clienti vivono nella certezza di andare a far compere e condividere il dispiacere.
Quando, il primo gennaio 2005, la Mira chiuderà bottega, al suo paese mancherà una costola. Ci sono, nel bailamme dei centri commerciali, negozi più ampi, più belli, migliori. Ma trovare un'altra Mira sarà un'impresa, nella giungla delle sbuffanti commesse che, con sorrisi di plastica e cenni del capo, dribblano i clienti; che a cinque minuti dalla chiusura del negozio scalpitano sulla soglia pronte a fuggire; che s'impegnano più per mostrarsi truccate che competenti.
La Mira è qui dal 1950, primo gennaio, giorno in cui tutto comincia e, a quanto pare, tutto finirà. Bottega di merceria e giornali. Con biancheria e vestiario ha campato fino ad ora; per fortuna, dei quotidiani e delle riviste s'è liberata giusto in tempo per evitarsi l'invasione di libri in omaggio, videocassette, dvd e tutti quei regalini e regaloni che gli editori allegano alle pubblicazioni per farle vendere, col risultato di trasformare l'edicola in un bazar. La Mira, poveretta, sarebbe stata sommersa, nella sua angusta bottega, lei che iniziò “quando si leggeva molto poco” e quando, in tempo di miseria, con l'Italia da poco uscita dalla guerra, nessuno si sognava di regalare qualcosa, tanto più per incentivare l'informazione. In campagna, poi, la povertà non era cosa astratta. Si toccava con mano, la si conosceva all'ora di pranzo e di cena, la si raccontava, con dovizia di particolari, nella stalla, dove gli uomini si sfidavano a carte, le donne ricamavano, i ragazzi giocavano senza giocattoli. La Mira esordì regalando, e a molti parve un'illusione: un foglio di carta assorbente a tutti i bambini del paese, molti dei quali non sapevano né cosa fosse, né a cosa servisse “quella roba”. Anno 1950, primo gennaio. Tutto iniziò quel giorno.
Bel personaggio, la Mira. Più bassa che alta, capelli grigi raccolti, occhiali giusto per leggere le etichette sui vestiti. Un'invidiabile disinvoltura, tra quelle cose che ci devono essere per forza, e che magari non trova, giustificandosi con la solita regola del “ne ho fatti arrivare tanti, li ho finiti tutti”. Non è di quelle che vogliono appiopparti qualcosa a tutti i costi. Però fa di tutto per accontentarti. Se cerchi il blu e il blu non c'è, lei parte dal turchese e sconfina all'azzurro chiaro, cercando di farti piacere la mercanzia. Ma non è insistente, nel senso di fastidiosa. Piuttosto ti confessa che Antonio “ne ha comprati tre di questo colore, e gli piacciono tanto”. E se perfino uno come Antonio, noto per fermezza ed esigenza, li gradisce, possono non piacere a te?, è la domanda retorica che neppure ti pone ma che tu intuisci dall'intonazione, dalle rughe che le ricamano la fronte, da quegli occhi che stanno quasi per piangere perché, nel frattempo, la Mira ti ha riferito l'ultima del telegiornale, di norma foriero di disgrazie varie. “Costa cinquanta, ti metto tutto a trenta” sospira. E' fatta. Applauso.
La Mira non ha più i giornali, ma le notizie da lei continuano a circolare. Vere, false, ingigantite, non fa troppa differenza. Succede, nei paesi. Ma il suo pettegolezzo, ammesso che lo si voglia chiamare così e volendo per una volta non considerare il termine in modo dispregiativo, non ha niente di sadico, morboso, cattivo, denigratorio. E' chiacchiera per la chiacchiera, come se la Mira considerasse il racconto alla stregua di un 'valore aggiunto' alla sua normale attività di venditrice. “Vado dalla Mira a sentire due notizie” è frase che in paese circola sovente, e continuerà a farlo almeno fino al 31 dicembre 2004.
Ce ne sono di storie, attorno a questa bottega. Storie di gente che prende una maglia da provare a casa, la indossa per uscire la sera, la riporta il giorno successivo dicendo che non è della misura. Storie di chi non ha pagato (“lo so, ma bisogna perdonare”) e non lo farà mai, perché tra le specialità di questa donna non c'è il recupero crediti. Storie di persone che erano ragazzine nel 1950, che adesso hanno nipoti e che con la Mira sono cresciute. Storie di giornali consegnati direttamente in macchina: la Mira ti vedeva arrivare, usciva dal negozio col quotidiano e tu non dovevi far altro che abbassare il finestrino e porgere la moneta. Storie di un modo di vendere che non esiste più. Anzi, di un modo di vivere che s'è disintegrato, stritolato dalla fretta che, in maniera più o meno significativa, sta contagiando un po' tutti. Bisognerebbe togliere il piede che, fin dal suono della sveglia, premiamo sull'acceleratore. E fermarsi. Poi, riflettere, sforzandoci di capire che ci stiamo progressivamente privando di quelle emozioni e di quei piaceri che dovrebbero essere il fertilizzante della vita.
Il negozio della Mira è il luogo dove, tra lacrime e sorrisi, chiacchiere, curiosità, maglioni da misurare, si può ancora apprezzare la lentezza. Chiuderà il primo gennaio. Chissà come cambierà questo locale. E chissà come cambieremo noi.
 

 ásu

Il sabato di Natale

Quanti anni avrebbe potuto avere? Sette? No, forse sei. O cinque? No, no, sicuramente sei. Sì, sei. Era l'ultima estate a casa della nonna, prima che la poveretta morisse. Andare dalla nonna era un piacevole rito, per la campagna, le mucche, la possibilità di sporcarsi senza venire rimproverati. E per il cioccolato. Dove lo comprasse non s'è mai saputo, ma - in verità - non è che questo importasse molto. Fondamentale era che ci fosse. E il cioccolato dalla nonna c'era sempre, sul solito ripiano della solita dispensa, tra la farina, i dadi, la magnesia. Il cioccolato della nonna....
La poliziotta tenne gli occhi chiusi per qualche istante. La proprietaria della libreria la fissò irrigidita, riempiendo lo sguardo di punti interrogativi. Il giovane commesso cercò di capire perché la donna in divisa fosse rimasta assorta e imbambolata, come proiettata in un altro tempo, mentre avrebbe dovuto, stando al ruolo che ricopriva e alle regole del buon senso, incalzare di domande quella bambina, per capire chi fosse, da dove venisse, chi l'avesse accompagnata lì, in un libreria, in quel tardo pomeriggio di ghiaccio...
“E' il sabato di Natale, è ora di chiudere, Rossella mi aspetta, sua madre sta preparando una cena coi fiocchi... e io sono qui, nel negozio, con una mocciosa che non si sa chi sia e con una poliziotta che sembra caduto in trance” brontolò il giovane tra sé, guardando ripetutamente l'orologio, imitato dalla padrona del negozio i cui due desideri erano abbassare la serranda e tuffarsi in un centro commerciale, per gli ultimi pacchetti: “Non posso regalare libri anche stavolta...”, mugugnò senza farsi sentire. Ma la poliziotta pensava alla nonna, ai beati sei anni, a quel cioccolato sublime. “Scusi, agente...” sibilò la libraia. E poi, facendosi coraggio: “Agente! Agente!”. Lei si ridestò d'improvviso e meccanicamente rispose: “Sei anni... sei anni...”.
“Sei anni? Come fa a sapere che la bambina ha sei anni?” domandò lei, incuriosita. “La nonna sarebbe morta l'autunno successivo... era il 1954, sono sicura” disse ancora, come assorta. “Scusi, agente.... Ma che nonna? Che autunno? Che c'entra?” si stupì la signora, mentre il commesso cominciava a capire che, ammesso fosse riuscito ad avventarsi sull'abbacchio della futura suocera, l'avrebbe, come minimo, inghiottito freddo. Guardò l'orologio, scosse la testa, amareggiato. Capì che la faccenda sarebbe andata per le lunghe, anche perché la poliziotta, anziché rivolgere alla piccola le domande rituali, altro non fece che introdurre di nuovo una mano nella tasca di lei, pescare ancora un cioccolatino, stavolta a forma di bottiglia, annusarlo, contemplarlo, avvicinarlo lentamente alle narici e ficcarlo in bocca, con gesto rapidissimo. La lingua schiacciò il cioccolato al palato. Le sensazioni partirono da lì per arrivare alla mente di quella donna, ormai definitivamente in preda al gusto, risvegliando ricordi vecchi di anni... La nonna, la credenza, il cioccolato.... Dalla nonna ci si andava perché lei non alzava mai la voce, era uno scudo protettivo contro il quale si infrangevano i rimproveri dei genitori. E poi... e poi la dispensa riservava sempre qualcosa di straordinario, a quadretti, di colore scuro, in una carta gialla... o forse argentata... e c'era una scritta rossa... o forse blu, non rossa... Vabbè, l'importanza era data dal contenuto.... La dispensa della nonna... il cioccolato... il gatto della nonna... il cioccolato.... il fracasso del trattore.... il cioccolato... i profumi dell'ora di pranzo... il cioccolato... La poliziotta restò con gli occhi chiusi, innervosendo la signora e il povero commesso che già s'immaginava la fidanzata furibonda per il ritardo e i tortellini scotti.
“Ma cosa fa?” chiese la proprietaria, rivolgendosi al ragazzo, indicando quell'altra che se ne stava imbalsamata, con la bocca impegnata e una mano lieve a tagliare l'aria, per disegnare figure indecifrabili. Il giovanotto alzò le spalle, vinto dallo sconforto. E la bambina, fino ad allora immobile, abbozzò un sorriso di denti bianchi, evidenziati dall'alone scuro che le contornava la bocca. “Agente... mi scusi... la ragazzina... è l'ora di chiusura... io dovrei fare i regali... è quasi Natale... non possiamo lasciarla qui.... né stare qui noi... è ora di chiudere... i regali...”. Parlò a scatti, la proprietaria, mentre il commesso, pensando all'abbacchio, alla fidanzata, alla madre di lei innervosita, provò a farsi forza e a urlare: “Agente!”. La poliziotta aprì gli occhi, si guardò attorno inebetita. Poi andò a sedere accanto alla bimba. “Forse, adesso, le domanda qualcosa”, s'illuse la donna. Macché. Nulla. Non chiese nulla: era troppo impegnata a gustare cioccolato e a rivedersi giovane. Il commesso, spazientito davvero, con tono da pubblico ministero provò egli stesso ad avviare un interrogatorio: “Bambina, chi sei? Da dove vieni? Chi sono i tuoi genitori? Lo sai che non puoi stare qui? E' sabato... è ora di chiudere... è quasi Natale... Na-ta-le... è ora che tu te ne vada, appunto, così ce ne andiamo anche noi... Natale è festa per tutti... E poi.... cos'hai in tasca?”. La piccola affondò una mano nel cappotto e prese tre cioccolatini. Aprì il palmo all'indirizzo degli altri, come a invitarli a prenderne uno. La poliziotta non esitò affatto. Il commesso tentò di spiegare che “è quasi ora di cena”, ma venne incenerito dallo sguardo della proprietaria, che afferrò quello a forma di pesce e sollecitò il giovane ad appropriarsi dell'ultimo (“basta e ci sbrighiamo”, pensò). Così avvenne. E fu fatale. Tempo che il cioccolato trastullasse le papille gustative dei tre, e nessuno più fiatò. La donna e il ragazzo si adagiarono sul divano. Se, in quella libreria angusta, si fossero mescolati i pensieri, i ricordi e le emozioni di tutti, la nonna della poliziotta sarebbe salita sull'auto del vecchio fidanzato della titolare del negozio, che era stato solito sorprenderla regalandole cioccolatini assortiti (come facesse lei a sorprendersi sempre non è dato a sapere). E la compianta zia del commesso che da Napoli, ad ogni Pasqua, portava cioccolato in quantità, avrebbe sicuramente aperto la credenza della nonna, rimanendo incuriosita dalla carta forse gialla, dalla scritta forse rossa.... di certo dal profumo inconfondibile, lo stesso che si spandeva sull'auto del fidanzato della titolare, ogni volta che lei apriva la scatola, un'auto giunta da Napoli, puntuale a ogni Pasqua. E ci sarebbero stati un gatto, biglietti d'amore e baci e abbracci... e “quanto sei cresciuto”... e cioccolato, e cioccolato...
Un blob di pensieri, ricordi, emozioni. Fu il silenzio totale, mentre il dolce sublime appagava le bocche e le menti: tutti fermi, tutti zitti... In quel clima irreale, d'improvviso si spalancò la porta della libreria. Entrò una donna sui trent'anni, trafelata, ansimante, affaticata da tre borse della spesa e dagli slalom nel traffico. Si soffermò su quel quadretto, con i quattro seduti al divano di lettura e, senza troppo ragionare, prese fiato e partì a raffica: “Federica, sei ancora qui! Meno male, grazie al cielo. Scusatemi, so che è tardi e che la libreria chiude, ma sono venuta prima, ho comprato anche un libro, mi avete fatto lo sconto... Avevo ancora molte commissioni da fare, e poco tempo. Capirete... se avessi portato mia figlia con me non sarei mai riuscita a entrare in tutti i negozi che... Allora ho pensato di lasciarla qui... però, purtroppo, mi sono attardata... e c'era coda... è Natale... gli ultimi acquisti... sapete com'è in questi casi... il sabato di Natale... Tutti hanno fretta... Ah, c'è anche una poliziotta! Mi scusi, agente, mi dispiace, sono mortificata davvero. Ho lasciato qui Federica, con dei... So che in libreria non si può mangiare... ma, almeno, ero certa che se avesse mangiato i cioccolatini non avrebbe parlato, né disturbato... mentre sua madre, cioè io... avrei finito le compere... nel traffico... con le code... E' il sabato di Natale, capirete. Dovete chiudere, immagino... è tardissimo, avrete fretta, ci sarà qualcuno che vi aspetta per cena... magari avrete anche voi un regalo da comprare... Oddio, sono davvero desolata... non so come farmi perdonare”.
S'interruppe, finalmente. Per qualche secondo nessuno fiatò, come se tutti fossero vittime di un incantesimo. Finché il ragazzo, il cui pensiero era ormai lontano mille miglia da Rossella, abbacchio e tortellini, chiese: “Di cioccolatini ne ha ancora?”
 

ásu

 

 

Home

Biografia

Intervista

Salotto del Mandrogno

Compagnia Teatrale
Fubinese

Commedie

Se hai voglia di leggere

Pubblicazioni

Le piccole cose

Galleria fotografica

Link


Ultime notizie
 

 

 

Scrivi a

m.brusasco@ilpiccolo.net
e
  info@massimobrusasco.it

 


Caffè del Tranvaj
bar, pizzeria, ristorante

località Cittadella,
Altavilla Monferrato (Al)

telefono 0142 926401
(chiuso il martedì)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

         
   

Copyright ©2005-2008 www.massimobrusasco.it

 

Realizzazione:
Team Piemondo